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Il mondo che ha garantito all’Europa decenni di stabilità economica e relativa sicurezza non esiste più. Non perché fosse costruito su un’illusione, ma perché non è stato corretto quando le sue contraddizioni sono diventate evidenti. Oggi, nel vuoto lasciato da quell’ordine, si muovono potenze che agiscono senza ambiguità in base ai propri interessi strategici. Ed è qui che l’Unione europea rischia di pagare il prezzo più alto.
Secondo Mario Draghi, l’Europa si trova davanti a un bivio netto: restare un grande mercato aperto alle decisioni altrui oppure diventare un soggetto politico capace di difendere se stesso. In caso contrario, il destino è già scritto: subordinazione geopolitica, frammentazione interna e progressiva deindustrializzazione. Senza capacità di proteggere i propri interessi, anche i valori su cui l’Unione si fonda diventano fragili.
Il punto non è rimpiangere il passato, ma capire cosa sta prendendo il suo posto. Stati Uniti e Cina non nascondono più la natura competitiva delle loro strategie. Washington guarda con crescente interesse a un’Europa divisa e negoziabile Stato per Stato; Pechino consolida il controllo su snodi cruciali delle catene globali del valore. In questo scenario, un’Unione senza strumenti comuni su difesa, politica industriale e affari esteri diventa terreno di gioco per altri.
Dove l’Europa ha scelto di federarsi, i risultati sono evidenti. Commercio, concorrenza, mercato unico e moneta hanno trasformato l’Unione in un interlocutore credibile, capace di negoziare accordi non solo economici ma strategici. Dove invece ha prevalso la logica intergovernativa, l’Europa appare come una somma di medie potenze, facilmente divisibile e gestibile dall’esterno. Il paradosso è evidente: un’Europa forte sul piano commerciale ma debole su quello della sicurezza finisce per vedere la propria forza economica usata contro di sé.
Da qui l’idea di un federalismo pragmatico. Non un salto astratto verso un modello ideale, ma un metodo politico: partire da progetti concreti, costruire coalizioni di Paesi disposti ad andare avanti, creare istituzioni comuni dove serve davvero. La storia dell’euro dimostra che l’unità non nasce prima dell’azione, ma come suo effetto. Chi è pronto procede, gli altri possono seguire, a condizione di non bloccare il cammino comune.
Il messaggio è anche un avvertimento interno. L’illusione che la geografia o il passato possano proteggere l’Europa dal conflitto globale è pericolosa. Il mondo è già cambiato, e non aspetterà che l’Unione si decida. Continuare a rimandare, applaudire analisi e rapporti senza tradurli in scelte politiche, significa accettare un declino lento ma strutturale.
La domanda, ormai, non è più se l’Europa debba cambiare. È se abbia ancora il tempo e il coraggio di farlo insieme.





