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Mentre le grandi potenze riaprono canali diplomatici e tentano di stabilizzare alcuni dei principali fronti di crisi, il quadro internazionale continua a essere attraversato da tensioni profonde, repressioni interne e nuovi segnali di competizione strategica. La geopolitica contemporanea appare così sospesa tra dialogo e conflitto, in una fase in cui ogni trattativa sembra convivere con dinamiche opposte di irrigidimento politico e militare.
Al centro dell’attenzione torna il dossier nucleare iraniano. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi si è recato in Oman per colloqui con gli Stati Uniti, confermando un tentativo di riaprire un negoziato su uno dei temi più sensibili per la sicurezza globale. Anche Washington ha confermato l’avvio dei colloqui, segnale che entrambe le parti, pur diffidando reciprocamente, riconoscono la necessità di evitare una nuova escalation.
Ma dietro il tavolo diplomatico emerge un’altra realtà. Diversi osservatori internazionali denunciano un inasprimento della repressione interna: secondo alcune ricostruzioni, le autorità iraniane starebbero imponendo un prezzo molto alto a chi sostiene le proteste, configurando una forma di “punizione collettiva”. In questo clima si inserisce lo sciopero della fame della premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, detenuta in carcere, gesto che riporta l’attenzione sulle condizioni dei prigionieri politici e sui diritti civili nel Paese.
Sul fronte europeo, i negoziati guidati dagli Stati Uniti ad Abu Dhabi hanno prodotto il primo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia dopo mesi di stallo. Washington e Mosca hanno inoltre concordato di riprendere un dialogo diretto tra apparati militari, mentre fonti russe parlano di progressi nei colloqui. A rafforzare l’impressione di una cauta distensione contribuisce l’indiscrezione secondo cui le due potenze sarebbero pronte a continuare a rispettare il trattato nucleare New START anche dopo la sua scadenza formale.
Intanto, sul campo di battaglia, alcuni segnali operativi suggeriscono cambiamenti tattici: la riduzione degli assalti russi lungo la linea del fronte sarebbe collegata al blocco dell’accesso ai terminali Starlink non registrati utilizzati dalle forze di Mosca. Un elemento tecnologico che dimostra quanto la guerra moderna dipenda ormai da infrastrutture digitali e satellitari.
Gli Stati Uniti restano attivi anche su altri scenari. Nel Pacifico orientale, l’esercito ha annunciato di aver ucciso due persone durante un attacco contro una presunta imbarcazione coinvolta nel traffico di droga, segno della persistente militarizzazione delle rotte marittime legate al narcotraffico.
In America Latina, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha denunciato le difficoltà economiche dell’isola, attribuendole in parte al blocco energetico e alle pressioni statunitensi. L’Avana si dice pronta al dialogo con Washington, ma esclude qualsiasi trattativa che implichi un cambiamento di regime. Nel frattempo, in Venezuela l’Assemblea Nazionale ha approvato la prima discussione di un disegno di legge sull’amnistia per la “convivenza democratica”, iniziativa che il governo presenta come un passo verso la stabilizzazione politica.
Più a sud, in Argentina, l’inaugurazione di un organismo governativo ribattezzato polemicamente “ministero della verità” ha riacceso il dibattito sul rapporto tra potere esecutivo, informazione e controllo del discorso pubblico.
Negli Stati Uniti, Donald Trump continua a proiettare la propria influenza oltre i confini nazionali, esprimendo sostegno al premier ungherese Viktor Orbán in vista delle elezioni parlamentari. Intanto nuovi documenti legati al caso Epstein rivelerebbero tentativi di Steve Bannon di coinvolgere il finanziere per sostenere movimenti dell’ultradestra europea, mostrando ancora una volta le connessioni transnazionali delle reti politiche populiste.
Il Medio Oriente resta uno dei teatri più sensibili. Con la parziale riapertura del valico di Rafah, alcune donne palestinesi rientrate a Gaza hanno denunciato detenzioni, interrogatori e perquisizioni da parte delle forze israeliane. Parallelamente, il fratello del capo dell’intelligence israeliana è stato incriminato per contrabbando di sigarette nella Striscia, episodio che aggiunge tensione a un contesto già estremamente fragile.
Nel complesso, ciò che emerge è un sistema internazionale in cui la diplomazia non sostituisce il conflitto ma lo accompagna. I negoziati sul nucleare, i contatti tra eserciti rivali e le aperture al dialogo convivono con repressioni interne, guerre ibride, competizione tecnologica e scontri politici.
Più che verso un nuovo ordine, il mondo sembra muoversi dentro un equilibrio precario, dove ogni passo avanti nella trattativa è controbilanciato da nuove linee di frattura. Una stabilità apparente, che richiede letture sempre più attente per comprendere dove stia davvero andando la politica globale.





