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6 Febbraio 2026Olimpiadi/Intervista L’autrice racconta «Le donne di Cortina 1956», edito da Minerva
Settant’anni fa Cortina d’Ampezzo ospitò dal 26 gennaio al 5 febbraio 1956 i VII Giochi Olimpici invernali. Su quella edizione, la prima in Italia, è stato pubblicato un libro che raccoglie memorie, documenti inediti, aneddoti, fotografie e testimonianze in grado di restituire una descrizione nuova e sorprendente di quell’evento guardandolo però dal punto di vista femminile. Si tratta di Le donne di Cortina 1956 (Ed. Minerva, euro 25) scritto da Antonella Stelitano, membro della Società italiana di storia dello sport, e Adriana Balzarini, storica dello sport.
Stelitano, perché le donne?
Perché nessuno gli dedicava attenzione e nella narrazione sportiva sono state spesso emarginate. A quei tempi le storie delle donne venivano meno raccontate di quelle dei maschi, quasi non avessero la dignità di essere delle sportive al pari degli uomini. Abbiamo quindi cercato le atlete che avevano partecipato a quelle Olimpiadi e le loro storie. Ci siamo accorte poi che apparivano dei nomi di donne non solo come atlete ma anche con altri compiti, come per esempio, allenatrici, giudici, giornaliste. E molte di quelle figure femminili hanno poi innescato un cambiamento importante nella storia dello sport e non solo.
In quelle olimpiadi le donne in quali specialità gareggiavano?
Le uniche specialità in cui le donne erano ammesse a partecipare erano lo sci alpino e di fondo e il pattinaggio artistico a coppie e individuale. La specialità che era considerata la più adatta alle donne era il pattinaggio perché esaltava la loro femminilità. Mentre gare come quelle del fondo o dello sci alpino erano viste come eccessivamente atletiche e pertanto si riteneva che lo sforzo fisico in qualche modo intaccasse la grazia e l’eleganza che una donna doveva sempre preservare. Le donne in gara a Cortina furono 144, poco più del 15 per cento del totale degli atleti presenti, e le italiane solo 14. Erano poche, ma molte di loro lasceranno anche un segno profondo.
Un esempio?
Giuliana Minuzzo Chenal oltre a essere un’atleta di discesa libera era anche una mamma. All’epoca le donne quando si sposavano smettevano l’attività sportiva, era quasi una sorta di modello culturale consolidato, come se con il matrimonio si togliessero dalla testa attività che distraevano da quelle che erano di competenza di una donna. La Chenal è una delle prime atlete che cerca di difendere il proprio diritto a fare sport pur essendo madre.

E in altri ruoli?
C’è, per esempio, la svizzera Elsa Roth che risultava a Cortina come accompagnatore giudice. Fu lei, a lavorare in Svizzera per uniformare i regolamenti dei vari cantoni contribuendo in modo significativo a rendere lo sci sport nazionale. Oppure Luciana Albano Gasperl, che ha custodito per 50 anni lo stendardo che sventolava sul palazzo del ghiaccio di Cortina nel 1956 regalandolo poi al Comitato di Torino 2006. Ma ha fatto una cosa ancora più importante. Quando vide che le donne sciavano con tute dai colori tristissimi si inventò quelle colorate cominciando a lavorare sui materiali. Quindi se oggi abbiamo delle tute colorate lo dobbiamo a questa signora.
Ma anche nell’immagine della cittadina ampezzana…
Sì, l’architetta milanese Franca Helg progetta per la prima volta l’immagine integrata di una sede olimpica. Cortina fu abbellita con i cinque cerchi olimpici appesi all’ingresso e all’uscita della città e con altre iniziative per farla diventare una sorta di vetrina a cielo aperto. Questo progetto verrà in seguito richiesto da Tokyo per le olimpiadi invernali del 1964. Grazie a lei si introdusse l’uso dei pittogrammi, omini che sciano o pattinano, per indicare le sedi delle varie gare, evitando di fatto i cartelli nelle varie lingue.
Tra i primati di Cortina anche la prima volta delle gare in tv…
L’olimpiade del 1956 è stata la prima a essere trasmessa dalla Rai, che poi cedette i diritti per le trasmissioni in Eurovisione. Tutti poterono guardare i giochi olimpici e questo contribuì a far conoscere lo sport femminile: tutti poterono vedere che anche una donna era capace di scendere da una discesa o cimentarsi in attività sportive ad alti livelli.
E le gare femminili com’erano raccontate dai giornali dell’epoca?
Alle donne veniva lasciato poco spazio, in coda magari alle cronache riservate ai maschi. E l’attenzione del cronista era di solito rivolta poco alle gesta atletiche per privilegiare l’aspetto fisico o la situazione familiare. Era quindi facile trovare scritto che la sciatrice «scende giù a scavezza collo che pare un uomo o un toro inferocito», oppure trovare descrizioni fisiche non sempre gentili. Altre volte, come nel caso della discesa di Giuliana Minuzzo Chenal – ma anche dell’americana Andrea Mead Lawrence, che erano già mamme – la gara veniva commentata sottolineando che forse avrebbe potuto essere più aggressiva in gara o andare più veloce, ma che sicuramente avrà pensato ai suoi bambini a casa e quindi a non farsi male. Nel caso, invece, della pattinatrice Fiorella Negro, una bellissima ragazza che all’epoca aveva 19 anni, le foto che venivano scelte spesso la vedevano impegnata a fare gomitoli di lana con la mamma o intenta a leggere un libro. E il cronista sottolineava le sue buone qualità di ragazza senza grilli per la testa, che non pensa a festeggiare e ad andare a ballare, casomai pensa a farsi una famiglia, a cose più serie.
Non erano mai delle atlete ma sempre mogli e madre esemplari…
Lo sport per le donne dell’epoca agli occhi maschili era una distrazione, una pericolosa distrazione, perché innescava margini di libertà. Pensiamo infatti che le atlete viaggiavano per partecipare alle gare, trattavano con un allenatore piuttosto che con i responsabili della nazionale. Avevano la possibilità di allontanarsi dallo sguardo vigile della famiglia. Nel caso delle pattinatrici, poi, che gareggiavano col gonnellino corto c’era una frase in voga all’epoca che era: donna con i pattini, matrimonio assicurato.
Di quella edizione di Cortina 1956 esiste anche un film…
È un bel docufilm che si intitola Vertigine Bianca di Giorgio Ferroni, restaurato da Cinecittà Luce e visibile su YouTube. Il film racconta i paesaggi e le gare e svela il pensiero di allora sulle donne atlete. C’è proprio un passaggio in cui la voce narrante racconta che quando cala la sera e gli atleti e le atlete tornano in albergo, le donne tornano ad essere donne: si tolgono gli sci e leggono, lavorano a maglia, scrivono lettere a casa. Una frase emblematica.





