
“𝐃𝐚𝐥 𝐁𝐮𝐜𝐨” 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐀𝐦𝐢𝐚𝐭𝐚: 𝐮𝐧𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐞 𝐦𝐚𝐫𝐠𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀
6 Febbraio 2026
La sicurezza non può diventare paura di Stato
6 Febbraio 2026
“Le democrazie non arretrano quasi mai all’improvviso. Il cambiamento avviene per scarti successivi, spesso giustificati da buone ragioni.”
Questa osservazione si radica nella teorizzazione di Carl Schmitt sulla sovranità come decisione sullo stato d’eccezione. In Teologia politica (1922), Schmitt scrive: “Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Il punto cruciale non è chi governa nella normalità, ma chi ha il potere di sospendere la normalità stessa.
Ma è soprattutto Giorgio Agamben, in Homo Sacer (1995) e Stato di eccezione (2003), a mostrare come l’eccezione sia diventata la forma normale di governo. Dalla Prima Guerra Mondiale in poi, attraverso decreti d’urgenza, leggi antiterrorismo, misure emergenziali, le democrazie occidentali hanno progressivamente normalizzato l’uso di poteri eccezionali. L’eccezione non è più l’interruzione della norma: è diventata la norma stessa.
Il “fermo preventivo fino a dodici ore” si colloca esattamente in questa genealogia. Non è una misura eccezionale formale — non si dichiara uno stato d’emergenza, non si sospende la Costituzione. È qualcosa di più insidioso: l’incorporazione nella legislazione ordinaria di un potere che appartiene strutturalmente all’eccezione. Si normalizza la possibilità di limitare la libertà personale non per un fatto accaduto, ma per un fatto che potrebbe accadere.
Agamben chiama questo spazio una “zona di indistinzione” tra diritto e fatto. Il cittadino fermato preventivamente non è né colpevole né innocente: è sospeso in una condizione di potenziale colpevolezza. È la figura dell’homo sacer, quella vita che può essere colpita dal potere sovrano senza che questo configuri né un omicidio (perché è legale) né un sacrificio (perché non c’è alcuna ritualità giuridica).
Il passaggio decisivo è questo: non si tratta più di punire ciò che è stato fatto, ma di gestire ciò che potrebbe accadere. Il diritto penale classico si fonda sul principio di colpevolezza: si viene puniti per aver commesso un atto specifico, provato, attribuibile. Il paradigma preventivo rovescia questa logica: si interviene non sul fatto, ma sulla possibilità del fatto. Non sul cittadino che ha violato la legge, ma sul cittadino che potrebbe violarla.
Si passa dalla figura del soggetto di diritto — il cittadino titolare di diritti inalienabili — alla figura della vita nuda, del corpo biologico da gestire, controllare, eventualmente neutralizzare. Il cittadino non è più qualcuno che agisce e di cui si valuta la responsabilità degli atti. È qualcuno che potrebbe agire e di cui si calcola il rischio.
Come coglie il testo: “Le democrazie ricorrono a strumenti straordinari quando esiste una straordinarietà. Se la straordinarietà non c’è, resta solo l’espansione del potere pubblico.” Si evocano gli anni di piombo, ma si ammette che non siamo davanti a una minaccia paragonabile. Allora perché ricorrere a strumenti preventivi così radicali?
La risposta di Agamben è inquietante: perché l’obiettivo non è rispondere a una minaccia reale, ma trasformare la struttura stessa del rapporto tra Stato e cittadino. L’emergenza permanente produce una nuova forma di soggettività politica: il cittadino come sospetto permanente, come vita da sorvegliare preventivamente.
Il “fermo preventivo” è quindi molto più di una misura di polizia. È un dispositivo che produce il cittadino come figura preventivamente colpevole. E quando questa figura si normalizza, quando diventa ovvia, quando nessuno più la contesta perché “bisogna pur fare qualcosa” per la sicurezza, allora l’eccezione è davvero diventata regola.
Come scrive Agamben: “Lo stato d’eccezione ha raggiunto oggi il suo massimo dispiegamento planetario.” È precisamente questa la soglia che il nuovo pacchetto sicurezza ci invita a varcare: quella in cui l’eccezione, mascherata da normalità legislativa, si installa come forma permanente di governo. E quando questo accade, come avverte il testo, “si apre una porta che difficilmente si richiude”.





