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Nella politica di New York il messaggio sembra essere uno solo: chi sfida l’establishment deve essere pronto a pagare un prezzo altissimo. La recente convention democratica ha mostrato un partito compatto, quasi impenetrabile, capace di blindare i propri vertici e di lasciare ai margini gli outsider, costretti ora a una lunga e costosa corsa per ottenere visibilità elettorale.
La governatrice in carica ha dominato senza esitazioni il confronto interno, infliggendo una sconfitta netta al suo ex alleato divenuto rivale. Non aver raggiunto la soglia minima di consensi tra i dirigenti di partito significa, per lui e per la sua squadra, dover raccogliere migliaia di firme e finanziare autonomamente la propria candidatura. Un ostacolo che, secondo alcuni delegati critici, rischia di trasformare l’accesso al voto in una questione di risorse economiche più che di rappresentanza democratica. Gli appelli a “dare una possibilità alla democrazia” sono rimasti senza risposta: la priorità del partito è apparsa l’unità, anche a costo di restringere il campo.
Diverso il clima attorno alla procuratrice generale, riconfermata senza opposizione. Nel suo discorso ha rivendicato le battaglie legali condotte contro il governo federale, dipinto come aggressivo e vendicativo, e ha promesso di difendere il sistema elettorale da ogni tentativo di controllo politico. Il tono è stato quello di una mobilitazione permanente: tribunali come frontiera quotidiana di uno scontro istituzionale sempre più acceso.
Sul versante repubblicano, intanto, riaffiora il peso delle alleanze locali. La rimozione dai social di un vecchio video in cui un importante esponente conservatore si schierava contro l’espansione delle charter school ha riaperto il dibattito sul rapporto tra partito e sindacati degli insegnanti. Tradizionalmente favorevoli a modelli educativi alternativi, alcuni repubblicani mostrano oggi maggiore cautela, consapevoli che sfidare le organizzazioni del settore può avere un costo politico rilevante.
Le tensioni non riguardano solo le politiche pubbliche ma anche l’etica delle campagne. Un candidato al Congresso ha deciso di devolvere a un’associazione per vittime di abusi una donazione ricevuta anni fa da un finanziatore successivamente collegato a uno scandalo sessuale. La scelta ha innescato una reazione a catena: altri politici stanno verificando i propri bilanci elettorali per restituire fondi analoghi. In un’epoca di trasparenza radicale, la provenienza del denaro può diventare una questione decisiva quanto il programma politico.
Non mancano poi i contraccolpi provocati dalla comunicazione digitale. Un video dal contenuto razzista pubblicato sull’account social del presidente ha suscitato indignazione bipartisan, costringendo diversi esponenti moderati a chiedere la rimozione immediata del post e delle scuse ufficiali. Dopo ore di polemiche, il filmato è stato cancellato e attribuito a un errore dello staff, ma l’episodio conferma quanto fragile sia l’equilibrio tra propaganda online e responsabilità istituzionale.
A livello cittadino, il sindaco ha scelto invece di puntare su un’agenda inclusiva, firmando un provvedimento che limita la collaborazione delle agenzie municipali con le autorità federali in materia di immigrazione. Il gesto rafforza l’identità di New York come città rifugio, ma evidenzia anche le divisioni nel mondo religioso, con alcune storiche organizzazioni assenti da un evento simbolicamente dedicato al dialogo interconfessionale.
Nel complesso emerge l’immagine di una democrazia vivace ma attraversata da linee di frattura profonde: partiti che proteggono i propri equilibri interni, campagne sempre più esposte al giudizio morale e un dibattito pubblico dominato da episodi capaci di incendiare lo spazio mediatico nel giro di poche ore. A New York, più che altrove, la politica resta un campo di forze in cui lealtà, reputazione e controllo delle strutture contano quanto — se non più — del consenso popolare.





