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Di Pierluigi Piccini
Mi sono chiesto se quello che stiamo vivendo oggi assomigli al fascismo. La risposta che mi sono dato è no. Il fascismo era rumoroso, pieno di simboli, pretendeva adesione e fedeltà. Voleva che le persone credessero in un’ideologia. Oggi il potere funziona in modo diverso: è più silenzioso. Non chiede di credere in qualcosa, ma di accettare che certe misure siano necessarie, soprattutto in nome della sicurezza.
Il filosofo Michel Foucault spiegava che il potere moderno non interviene solo quando accade un reato: cerca di anticiparlo. Non punisce soltanto ciò che è stato fatto, ma prova a controllare ciò che potrebbe accadere. Il cosiddetto “fermo preventivo” è un esempio chiaro: si può essere fermati non per qualcosa che si è fatto, ma per qualcosa che si potrebbe fare. Così, poco alla volta, il cittadino rischia di diventare un sospetto permanente.
Non siamo davanti alla fine della democrazia. Le elezioni continuano, le istituzioni restano, la Costituzione è ancora lì. Eppure qualcosa cambia dentro. Le libertà non vengono cancellate: si restringono. I diritti non spariscono: possono essere sospesi. Il dissenso non viene vietato apertamente, ma può essere trattato come un problema di sicurezza. Non c’è una rottura improvvisa, piuttosto una serie di piccoli passi che sembrano sempre giustificati da una necessità.
Il giurista Carl Schmitt sosteneva che il vero potere appartiene a chi decide quando c’è un’emergenza. Il filosofo Giorgio Agamben ha mostrato come, nelle società contemporanee, l’emergenza rischi di diventare permanente. Terrorismo, crisi, sicurezza pubblica: ogni epoca ha la sua urgenza. Il punto è che i poteri straordinari concessi allo Stato raramente vengono restituiti. Così può accadere che la libertà venga limitata non per un fatto reale, ma per un pericolo possibile.
Non è la prima volta che la storia attraversa trasformazioni profonde. Anche sant’Agostino visse in un tempo di crisi: l’Impero romano si stava sgretolando, le certezze politiche vacillavano, il mondo sembrava perdere i suoi punti di riferimento. Proprio in quel contesto capì che una società può continuare a reggersi in apparenza mentre, dentro, cambia natura. E lasciò un avvertimento ancora attuale: tolta la giustizia, gli Stati rischiano di restare solo strutture di potere.
Il cambiamento più profondo sta proprio qui: non si controlla più solo chi viola la legge, ma anche chi potrebbe farlo. Non conta soltanto ciò che si è fatto, ma ciò che si potrebbe fare. La persona rischia di essere vista non come un soggetto di diritti, ma come qualcuno da monitorare. È una trasformazione lenta, quasi invisibile.
Le forme autoritarie del passato mostravano la forza. Questo nuovo modo di governare, invece, si presenta come ragionevole, tecnico, perfino protettivo. Non dice “obbedisci”, ma “è per la tua sicurezza”. Ed è proprio questo che lo rende difficile da contestare, perché chi non vuole essere al sicuro? Eppure sicurezza e libertà non dovrebbero essere alternative.
Il rischio non è svegliarsi un giorno senza democrazia. Il rischio è accorgersi troppo tardi che la democrazia è cambiata, senza che quasi nessuno se ne renda conto. Agostino avrebbe probabilmente aggiunto che le società perdono la libertà prima interiormente e solo dopo nelle leggi, quando gli uomini smettono di desiderarla.
La libertà raramente viene tolta tutta insieme. Più spesso si affievolisce poco alla volta, finché smettiamo di accorgerci che sta scomparendo. Una democrazia può continuare a chiamarsi tale anche mentre, lentamente, diventa qualcos’altro. Non ha bisogno di ripetere gli errori del passato per produrre effetti simili: più controllo, più paura, meno libertà. Il vero pericolo, allora, non è solo perdere la libertà, ma dimenticare quanto sia indispensabile.





