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La ricorrenza degli anniversari di certe opere porta con sé un lato inatteso: più passa il tempo e più si mostra la loro classicità, come se il nocciolo temporale della loro verità le aiutasse a trascendere il tempo nel quale sono nate. È il caso di Dialettica negativa di Theodor W. Adorno, della quale ricorre quest’anno ricorre il sessantesimo dalla pubblicazione. Preparata da lezioni al Collége de France e da corsi universitari, il testo era inteso dall’autore come la summa della sua riflessione, dopo Dialettica dell’illuminismo, Minima moralia, Filosofia della musica moderna. Uno solo è stato l’interrogativo da cui è insorta la riflessione adorniana: «Come è possibile la filosofia dopo Auschwitz?». Secondo Adorno, sotto questo nome si condensa un baratro non solo della storia, ma della stessa ragione occidentale: Dialettica dell’illuminismo è la ricostruzione della dialettica interna al processo che ha condotto a quell’evento. Se già Weber diagnosticava una «gabbia d’acciaio» come esito della razionalizzazione del mondo, per Adorno la «gabbia d’acciaio» ha avuto uno spettrale compimento nei campi di concentramento: il progresso della ragione occidentale s’è rovesciato in cieco terrore. Di qui, per Adorno, il compito della filosofia: essa nasce non dallo stupore per la meraviglia dell’essere, ma dallo sdegno per il dolore irredento che soggiace al cammino della ragione. Dovere del pensiero è incunearsi in questa lacerazione e tentare di dire ciò che la ragione, nella sua storia, ha interdetto: “il non-identico”, il particolare, l’opposto dell’Identico che, in forme varie, ha dominato la scena filosofica. “Dialettica negativa” chiama Adorno questa impresa, e la pone sotto il segno di un paradosso: dire con il concetto ciò che di per sé si sottrae al concetto, ben sapendo che questo tentativo appare come il gesto del Barone di Münchhausen, che col codino dei capelli tentava di sollevarsi da una palude. Di qui lo stile della scrittura adorniana, in particolare di Dialettica
negativa: intessuta di antitesi, aporie, logicamente rigorose, quasi a mimare nel linguaggio la sfuggente identità della cosa indagata.
Adorno parla di attraversamento del deserto di ghiaccio dell’astrazione”. Un confronto con Kant, Hegel, Marx, Nietzsche e Weber per mostrarne le contraddizioni, restando fedele all’imperativo di non concedere niente alle sirene di chi pensa di fuoriuscire dalle spire del nichilismo appellandosi, come Heidegger, alla rimemorazione dell’Essere: nella storia, infatti, non v’è oggetto che non sia segnato dalle cicatrici di una sofferenza socialmente ingiustificata. V’è stato chi ha accusato il filosofo francofortese di catastrofismo e sterilità epistemologica, per la sua insistenza sul “negativo” che alberga, in forme insospettate, nelle società democratiche. Un’accusa che dimentica il coté logico e teologico di un’opera come Dialettica negativa: per Adorno, «ogni filosofia gira attorno alla prova ontologica dell’esistenza di Dio». Anzi, l’intera sua riflessione ha a fondamento un ‘theologumenon’: il divieto biblico di farsi immagini di ciò che sarebbe il mondo redento.
Di qui il messianismo declinato al negativo della filosofia adorniana. La dialettica negativa ha il senso di una strenua lotta antiidolatrica.
Un’idolatria che Adorno non temeva di chiamare secolarizzazione del “peccato originale”. Non a caso Dialettica negativa è stata letta con attenzione dai teologi – basti pensare a quanto di adorniano v’è in un classico della teologia contemporanea come Il Dio crocifisso di Jürgen Moltmann. Forse la stessa filosofia, suggerisce Adorno, potrebbe riconoscere la propria ragion d’essere in un’antinomia teologica: il divieto d’immagine s’è a tal punto radicalizzato che il divieto s’è esteso al concetto stesso di speranza. La speranza conseguente, per il materialismo adorniano, sarebbe “la risurrezione dei corpi”. Un’antinomia dalla quale è nata la più profonda arte del Novecento, da
Opere d’arte che sono tali in quanto epifanie di una «trascendenza interrotta» – enigmi nei quali risuona la domanda escatologica che è la parola chiave, lo shibboleth, di Dialettica negativa: «La promessa [di redenzione] è l’inganno?». Tanto è il male irredento nella storia che ogni pensiero filosofico e teologico ha la giustificazione in essa: «Chi crede in Dio non può appunto per questo credervi. Chi non crede conserva la possibilità per cui sta il nome di Dio (…) La metafisica oggi si è ritirata in questa contraddizione». Come se in queste righe, intrascendibili, per Adorno si fossero riscritte le antinomie kantiane della ragione.





