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Le considerazioni che seguono prendono spunto dall’intervista rilasciata da Gabriele Corradi, membro del consiglio di amministrazione di Sviluppo Industriale Siena, e intendono contribuire a una riflessione pubblica su una partita decisiva per il futuro economico della città.
È giusto riconoscerlo: affrontare la reindustrializzazione di un polo produttivo complesso è una sfida difficile, e sarebbe ingeneroso pensare che problemi strutturali accumulati in decenni — infrastrutture, viabilità, logistica — possano essere risolti da una sola persona. L’impegno dichiarato merita quindi rispetto. Ma proprio perché la partita è così rilevante, non può bastare la buona volontà: serve una strategia leggibile.
Dall’intervista emerge invece una domanda di fondo ancora senza risposta: quale industria si vuole portare a Siena? Il riferimento all’intelligenza artificiale è suggestivo, ma troppo ampio per diventare una visione industriale. Può significare molte cose — software, automazione, analisi dei dati — e ogni scelta richiede competenze e infrastrutture diverse. Senza una definizione più precisa, il rischio è che l’espressione suoni più come un segnale di modernità che come un progetto concreto.
In questo quadro si colloca anche il tema della formazione, che sembra destinato a partire. È una buona notizia, perché senza competenze non esiste reindustrializzazione. Ma la domanda decisiva resta inevitabile: formazione per quale industria? La sequenza dovrebbe essere chiara — prima si sceglie la vocazione produttiva, poi si costruiscono i percorsi formativi — altrimenti si rischia di preparare professionalità senza sapere se e dove troveranno spazio. La formazione funziona quando indica una direzione già scelta, non quando serve solo a dimostrare movimento.
Manca inoltre un vero cronoprogramma. Al di là della bonifica del sito, le formule restano prudenti — “alcuni soggetti interessati”, “una soluzione si troverà” — e restituiscono l’immagine di una fase ancora interlocutoria. Comprensibile, ma gli investitori cercano contesti prevedibili.
Realistico richiamare le debolezze infrastrutturali, purché non diventino l’asse del racconto pubblico. I problemi sono noti; ciò che oggi conta è capire cosa sta cambiando. Un territorio è attrattivo quando dimostra di avere aperto cantieri per superare i propri limiti.
Qualche incertezza emerge anche sul modello di sviluppo: grande gruppo industriale o frazionamento del sito? Non sono opzioni equivalenti, ma strategie diverse. Più che la scelta in sé, è la sua chiarezza a fare la differenza.
Positivo l’investimento nella bonifica e nell’autosufficienza energetica, anche se ormai rappresenta una condizione di base più che un vantaggio competitivo. Le imprese guardano soprattutto alle competenze disponibili, alla rapidità delle procedure e alla presenza di un ecosistema favorevole.
Colpisce infine un aspetto decisivo: Siena appare più come un territorio con problemi storici che come una città ricca di risorse. Eppure università, qualità della vita e capitale umano potrebbero essere leve forti di attrazione, se inserite dentro una narrazione più consapevole.
Il punto non è mettere in discussione la serietà dell’impegno, ma chiedere un salto di scala. La reindustrializzazione non è solo un’operazione amministrativa: è una scelta di futuro. Richiede una regia forte e la capacità di far capire che il territorio non sta aspettando un investitore, ma lo sta cercando dentro una rotta già tracciata.
Perché gli investimenti arrivano dove trovano non soltanto spazi disponibili, ma idee chiare. E la formazione, se orientata, può essere il primo segnale che quella chiarezza esiste davvero.





