
Siele e governance territoriale: il ruolo dei Comuni nelle scelte strategiche
9 Febbraio 2026
C’è un filo rosso che oggi attraversa continenti diversi, sistemi politici lontani e culture apparentemente inconciliabili. È il progressivo restringersi dello spazio democratico, una trasformazione spesso silenziosa ma ormai difficile da ignorare. Dall’Asia all’Europa, passando per gli Stati Uniti, le notizie delle ultime ore raccontano una realtà in cui libertà politiche, equilibri istituzionali e trasparenza pubblica appaiono sempre più fragili.
La condanna a vent’anni di carcere di Jimmy Lai, imprenditore e simbolo del movimento pro-democrazia di Hong Kong, rappresenta uno dei segnali più evidenti di questo mutamento. Il suo caso non è soltanto giudiziario: è politico. Con Lai si chiude simbolicamente una stagione in cui la città poteva ancora essere percepita come un ponte tra modelli opposti. La legge sulla sicurezza nazionale ha ormai ridefinito il perimetro del dissenso, trasformando l’opposizione in un rischio penale.
Se Hong Kong racconta la compressione delle libertà, il Giappone mostra invece il rafforzamento di una leadership conservatrice. La vittoria schiacciante dei conservatori guidati da Sanae Takaichi e la maggioranza qualificata ottenuta nella Camera bassa segnano una fase di stabilità politica solo apparente. Le grandi maggioranze, infatti, non sono sempre sinonimo di equilibrio: possono anche ridurre il pluralismo e spingere il sistema verso una concentrazione del potere decisionale.
Un copione simile emerge in Thailandia, dove il partito del primo ministro conservatore Anutin ha smentito i pronostici conquistando la vittoria elettorale, mentre le opposizioni hanno ammesso la sconfitta. Anche qui la questione non riguarda soltanto chi governa, ma lo spazio reale lasciato al confronto democratico in contesti segnati da tensioni istituzionali e da un rapporto complesso tra autorità civile e potere militare.
In Europa, intanto, l’avanzata dell’estrema destra in Aragona conferma una tendenza ormai consolidata: la frammentazione del campo moderato e gli errori strategici dei partiti tradizionali stanno creando terreno fertile per forze politiche radicali. Non è solo un fatto spagnolo. È un segnale che riguarda l’intero continente, dove la crisi delle culture politiche novecentesche lascia spazio a nuove identità più dure, spesso costruite sulla paura e sulla semplificazione.
Il Regno Unito offre un’altra immagine di fragilità, questa volta interna al governo. Le dimissioni del capo di gabinetto del primo ministro Keir Starmer aprono interrogativi sulla solidità della macchina esecutiva. Perdere figure chiave nella gestione del potere non è mai neutrale: rivela tensioni, errori di coordinamento o difficoltà strategiche che possono rapidamente trasformarsi in problemi politici più ampi.
Negli Stati Uniti e in Europa, la pubblicazione dei documenti legati a Jeffrey Epstein sta producendo effetti asimmetrici. Se in Europa lo scandalo sembra colpire settori della classe dirigente, a Washington l’impatto appare più contenuto. È una differenza che solleva una domanda inquietante: esistono ancora standard comuni di responsabilità pubblica o la gestione degli scandali segue ormai logiche puramente politiche?
Perfino lo sport, tradizionalmente percepito come spazio separato dal conflitto, mostra crepe evidenti. Dopo il grave incidente della sciatrice Lindsey Vonn, le polemiche politiche — alimentate anche da attacchi personali — hanno invaso il terreno olimpico. È il segno di un’epoca in cui nessun ambito sembra più immune dalla polarizzazione.
Ma è soprattutto guardando all’Iran che il quadro assume contorni più drammatici. La condanna della premio Nobel Narges Mohammadi a ulteriori anni di carcere e l’arresto della leader riformista Azar Mansouri indicano una strategia precisa: neutralizzare ogni voce capace di rappresentare un’alternativa. Qui la repressione non è un effetto collaterale del potere; è uno strumento deliberato.
Osservate insieme, queste vicende non compongono una semplice rassegna di cronaca internazionale. Disegnano piuttosto una trasformazione più profonda: il passaggio da un mondo che, pur tra contraddizioni, sembrava orientato all’espansione delle libertà, a un sistema globale più rigido, competitivo e meno tollerante verso il dissenso.
La democrazia non arretra sempre con colpi di Stato o rotture improvvise. Più spesso si restringe gradualmente, attraverso leggi speciali, vittorie plebiscitarie, scandali gestiti senza conseguenze, opposizioni indebolite o leadership sempre più personalizzate.
Il vero rischio, oggi, non è soltanto l’autoritarismo dichiarato. È l’abitudine. Quando certe notizie smettono di sorprenderci, significa che il confine di ciò che consideriamo accettabile si è già spostato.
E forse è proprio questo lo scenario che dovrebbe preoccuparci di più: un mondo in cui la libertà non viene necessariamente abolita, ma lentamente normalizzata al ribasso.





