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10 Febbraio 2026Per decenni il liceo classico è stato più di una scuola: un dispositivo di selezione culturale, il luogo in cui si formava la parola pubblica e si preparavano le future classi dirigenti. Oggi non ha perso qualità; è il mondo attorno ad esso che è cambiato.
La frattura è prima di tutto territoriale. Gli istituti tecnici e professionali formano giovani destinati in larga parte a restare: abiteranno la città, ne sosterranno la vita economica, spesso però dentro un mercato del lavoro fragile, fatto di salari bassi e percorsi discontinui. Il liceo, invece, produce biografie mobili: studenti che proseguono gli studi e che molto spesso partono, perché i sistemi locali non riescono più ad assorbire capitale umano qualificato.
Nasce così un paradosso urbano: la città forma giovani che non può trattenere e trattiene giovani per i quali fatica a costruire lavoro stabile. È uno dei segnali della crisi delle città intermedie.
C’è poi un elemento poco osservato. Negli istituti tecnici si rende visibile la nuova composizione sociale: famiglie di recente immigrazione, traiettorie meno lineari, una stratificazione diversa da quella che ha sostenuto per decenni i ceti medi urbani. Il liceo continua a intercettare ciò che resta di quel mondo, ma in forma più debole.
Il punto è che sappiamo poco di questi flussi. Da dove vengono gli studenti? Dove vanno? Quanti restano? Senza questa conoscenza, ogni politica educativa o urbana rischia di essere cieca.
Proprio mentre servirebbe maggiore capacità di adattamento, la struttura scolastica resta rigida, pensata per un paese più stabile. Non è un problema di insegnanti, ma di governance: categorie uniformi faticano a leggere trasformazioni territoriali sempre più rapide.
La domanda allora diventa inevitabile: a quale riferimento sociale parla oggi il liceo? Attorno ad esso gravitava un ceto medio solido, sostenuto da economie locali robuste. Quel quadro si è incrinato. L’erosione di quell’infrastruttura sociale ha trasformato anche il senso della scelta liceale, che sempre più appare una strategia difensiva: accumulare competenze per mantenere aperte le possibilità future, anche a costo della partenza.
Ecco il disallineamento: il liceo forma mobilità, la città avrebbe bisogno di radicamento.
Non si tratta di contrapporre licei e tecnici. Il vero problema è l’assenza di un progetto urbano capace di tenere insieme chi parte e chi resta, sapere e lavoro, futuro immaginato e futuro praticabile. Il liceo non è né il problema né la soluzione: è uno specchio della capacità — o dell’incapacità — di un territorio di trasformare la formazione in futuro condiviso.
Forse, allora, la domanda più urgente non è chi rappresenti oggi il liceo, ma quale città sia ancora in grado di rappresentare chi esce dalle sue aule. Perché una scuola vive della relazione con il mondo che la attende fuori. Se quella relazione si indebolisce, anche l’identità più forte rischia di diventare memoria. E la memoria, da sola, non costruisce futuro.





