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Il sistema internazionale sembra scivolare verso una condizione che non è ancora guerra globale, ma non è più nemmeno pace. Dall’Africa al Medio Oriente, dall’Europa orientale al Pacifico, si moltiplicano segnali di riarmo, preparativi militari e tensioni diplomatiche che raccontano un passaggio storico: la normalizzazione del conflitto come strumento politico.
Nel Corno d’Africa emergono notizie inquietanti su attività militari clandestine legate alla guerra sudanese. Un campo di addestramento segreto sarebbe stato allestito per formare combattenti destinati a rafforzare una delle principali forze paramilitari coinvolte nel conflitto. L’episodio, se confermato, allargherebbe ulteriormente il perimetro internazionale della guerra civile, trasformandola sempre più in un teatro di competizione indiretta tra potenze regionali.
Intanto, nel Medio Oriente, la crisi di Gaza entra in una nuova fase di pericolosa instabilità. L’esercito israeliano starebbe preparando un’offensiva su larga scala con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare definitivamente la capacità militare di Hamas. Parallelamente si registrano nuovi attacchi nella Striscia che mettono in discussione la tenuta della tregua annunciata mesi fa e che continuano a provocare vittime civili.
Ancora più controverso è il dibattito sull’uso di armamenti dagli effetti devastanti, descritti da alcune testimonianze come capaci di annientare i corpi senza lasciare tracce riconoscibili. Se tali accuse trovassero riscontro, aprirebbero interrogativi giuridici e morali destinati a pesare a lungo sulla legittimità della condotta bellica.
Il conflitto mediorientale, inoltre, non resta confinato ai suoi attori diretti. Un grande Paese asiatico a maggioranza musulmana ha iniziato a predisporre proprie forze armate per un possibile dispiegamento nella regione, segnale che la guerra rischia di attrarre nuovi protagonisti sotto la bandiera di missioni umanitarie o di stabilizzazione.
Sul piano diplomatico, Israele segue con attenzione anche il fronte iraniano. I primi contatti indiretti tra Washington e Teheran sono stati oggetto di briefing ai massimi livelli politici, a dimostrazione di quanto ogni spiraglio negoziale venga ormai trattato come una questione di sicurezza strategica.
Se il Medio Oriente brucia, l’Europa orientale continua a consumarsi in una guerra di logoramento. Le perdite dell’esercito russo sarebbero in forte aumento, ma la pressione militare non si attenua: dopo mesi di attacchi continui, Mosca appare vicina a consolidare il controllo su alcune città chiave, suggerendo che il conflitto potrebbe entrare in una fase decisiva.
La guerra, però, non si combatte solo sul campo. Crescono le tensioni internazionali per il reclutamento di cittadini stranieri nelle forze russe, una pratica contestata con forza da governi africani che parlano apertamente di arruolamenti illegali. È un segnale ulteriore di quanto il conflitto abbia ormai assunto una dimensione globale anche nella ricerca di uomini.
Nel frattempo, l’Europa prova a immaginare il dopoguerra. Tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un percorso accelerato per integrare l’Ucraina nelle istituzioni comunitarie entro pochi anni, scelta che avrebbe un valore geopolitico enorme e ridefinirebbe gli equilibri del continente.
Non mancano, però, tentativi di riaprire canali di comunicazione con il Cremlino. Alcuni Paesi europei spingono per un approccio comune al dialogo, mentre contatti tecnici sarebbero già ripresi in forma discreta. È la dimostrazione di un realismo politico che convive con la fermezza ufficiale.
Più a nord, cresce la preoccupazione strategica lungo il fianco artico della NATO. Analisti militari avvertono che la Russia potrebbe, in uno scenario estremo, considerare operazioni preventive per mettere in sicurezza asset nucleari ritenuti vitali. Anche se si tratta di ipotesi, il solo fatto che vengano discusse segnala il livello di tensione raggiunto.
Oltre l’Atlantico, infine, riaffiora una diplomazia muscolare che sembra privilegiare il rapporto di forza rispetto alla cooperazione. Una disputa infrastrutturale tra Stati Uniti e Canada — nata attorno al controllo e ai benefici di un grande collegamento transfrontaliero — ha innescato uno scontro politico dai toni insolitamente accesi, costringendo i vertici dei due Paesi a un rapido chiarimento.
Nel loro insieme, questi episodi non sono frammenti isolati. Disegnano piuttosto un mondo che si riorganizza attorno alla sicurezza, alla deterrenza e alla competizione tra blocchi. La globalizzazione non è finita, ma sta cambiando natura: meno interdipendenza economica, più diffidenza strategica.
La sensazione è che stia emergendo un ordine internazionale più duro, nel quale la guerra torna a essere considerata una possibilità concreta e non più un’eccezione. Non siamo davanti a un unico conflitto capace di riassumere tutti gli altri, ma a una costellazione di crisi che, intrecciandosi, aumenta il rischio di una frattura sistemica.
Il vero punto non è stabilire dove scoppierà la prossima guerra. È capire se esista ancora una volontà politica globale sufficiente a impedirla.





