
Sull’orlo di più guerre: il mondo entra in una fase di mobilitazione permanente
11 Febbraio 2026
Phil Collins – In The Air Tonight
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L’Italia appare lontana dai fronti di guerra che attraversano il mondo, eppure è immersa in una fase di trasformazione profonda, segnata da pressioni economiche, fragilità sociali e nuovi equilibri politici. Non c’è un’emergenza unica che catalizzi l’attenzione, ma una somma di segnali che raccontano un Paese in transizione, sospeso tra stabilità apparente e cambiamenti strutturali.
In questo scenario si inserisce una dinamica politica destinata a incidere più di quanto possa sembrare: la possibile riscrittura della legge elettorale. Non è solo una riforma tecnica. È il tentativo di ridefinire il modo in cui si forma il potere in Italia, e quindi il futuro assetto della democrazia rappresentativa.
Sul piano economico, la crescita resta moderata e discontinua. L’industria mostra segnali contrastanti, con alcuni comparti che resistono grazie all’export mentre altri soffrono per l’aumento dei costi energetici e la debolezza della domanda europea. Il vero nodo, tuttavia, continua a essere la produttività: senza un salto qualitativo negli investimenti e nell’innovazione, il rischio è quello di una stagnazione prolungata.
Il mercato del lavoro restituisce un’immagine altrettanto ambivalente. L’occupazione ha raggiunto livelli relativamente alti, ma la qualità del lavoro rimane un problema aperto. Crescono i contratti a termine, i salari faticano a tenere il passo con il costo della vita e si amplia la distanza tra chi è protetto e chi resta esposto alla precarietà. È una frattura meno visibile di altre, ma destinata a incidere sulla coesione sociale.
Anche il sistema di welfare si trova sotto pressione. L’invecchiamento della popolazione accelera, la spesa sanitaria aumenta e le strutture pubbliche mostrano affaticamento, mentre il ricorso al privato diventa sempre più frequente. Il tema non è solo finanziario: riguarda l’idea stessa di universalismo su cui si è retto il modello sociale italiano.
Nel frattempo, il Paese continua a confrontarsi con il suo storico divario territoriale. Alcune aree del Nord mantengono una forte capacità produttiva e attrattiva, mentre vaste zone del Mezzogiorno e delle aree interne combattono contro lo spopolamento e la rarefazione dei servizi. La questione demografica rende tutto più urgente: meno nascite, più anziani, meno forza lavoro disponibile.
È dentro questa cornice che la politica sembra voler intervenire sulle regole del gioco. Nella maggioranza è maturata una convergenza di fondo verso un sistema proporzionale accompagnato da un premio di maggioranza, pensato per garantire stabilità e ridurre il rischio di governi fragili. Tra le ipotesi più discusse vi è il superamento dei collegi uninominali e l’introduzione di un meccanismo capace di assicurare alla coalizione vincente una solida base parlamentare.
La logica è chiara: prevenire l’instabilità prima che si manifesti. Ma ogni legge elettorale comporta una scelta di campo, perché modifica l’equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Rafforzare la seconda significa inevitabilmente comprimere, almeno in parte, la prima.
Restano aperte questioni tutt’altro che marginali — dalla soglia di accesso al Parlamento alla possibile indicazione del candidato premier sulla scheda — ma il dato politico è un altro: la competizione per il futuro è già cominciata, e si gioca prima ancora che nelle urne.
Sul terreno politico, intanto, la legislatura procede senza scosse immediate, ma il confronto si è fatto più netto. La maggioranza punta su una linea di stabilità e rafforzamento dell’esecutivo, mentre le opposizioni cercano un terreno comune soprattutto sui temi sociali e del lavoro. Il risultato è un clima meno turbolento rispetto al passato, ma anche più polarizzato.
L’Italia si muove inoltre dentro un’Europa che chiede disciplina di bilancio e riforme credibili. Il ritorno a regole fiscali più stringenti obbliga il governo a un esercizio complesso: sostenere la crescita senza compromettere i conti pubblici. In questo quadro, l’attuazione dei grandi programmi di investimento diventa decisiva, non solo per l’economia ma per la credibilità internazionale del Paese.
Un altro fronte strategico è quello energetico. La transizione procede, ma con velocità diseguali. Da un lato aumentano le rinnovabili e si moltiplicano i progetti legati alle nuove tecnologie; dall’altro restano resistenze locali, lentezze autorizzative e interrogativi sulla sicurezza degli approvvigionamenti. La vera sfida sarà conciliare sostenibilità e competitività industriale.
Intanto, il dibattito pubblico sembra oscillare tra allarme e assuefazione. Si discute molto di sicurezza, immigrazione, identità nazionale, ma più in profondità emerge una domanda di protezione: economica, sociale, culturale. È come se una parte del Paese percepisse l’incertezza globale e chiedesse allo Stato di fungere da argine.
Eppure, accanto alle fragilità, non mancano risorse importanti. L’Italia conserva una base manifatturiera solida, una forte capacità di risparmio privato e un patrimonio culturale che continua a generare valore economico e simbolico. Il problema non è l’assenza di potenziale, ma la difficoltà storica nel trasformarlo in sviluppo duraturo.
Ciò che emerge, osservando insieme questi processi, è un cambiamento meno rumoroso di quelli che attraversano altre regioni del mondo, ma non per questo meno significativo. L’Italia non è attraversata da shock improvvisi; piuttosto, vive un lento riassestamento del proprio modello economico e sociale. Tuttavia, la possibile riforma elettorale introduce un elemento di accelerazione: quando un Paese decide di modificare le proprie regole democratiche, significa che percepisce l’avvicinarsi di una fase nuova.
Il rischio più grande non è la crisi immediata, ma l’abitudine alla crescita bassa, alle disuguaglianze tollerate, alle riforme rinviate — oppure costruite più per gestire il consenso che per interpretare il futuro. Perché le trasformazioni silenziose sono spesso quelle che ridisegnano davvero il destino di una nazione.
La domanda decisiva, allora, non riguarda solo la tenuta dell’oggi. Riguarda la capacità di immaginare un orizzonte. Anche la legge elettorale, in fondo, è uno strumento con cui un Paese racconta a se stesso che idea ha della propria democrazia.
Se l’Italia saprà investire su lavoro qualificato, innovazione e capitale umano, potrà attraversare questa fase come un passaggio evolutivo. In caso contrario, la stabilità — rafforzata magari da nuove regole — rischierà di diventare semplicemente un altro nome dell’immobilismo.





