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di Pierluigi Piccini
Le inaugurazioni degli anni accademici non sono mai rituali neutri. Sono momenti nei quali un ateneo dichiara pubblicamente quale idea di sé intenda offrire alla propria comunità e al Paese. Per questo il discorso del rettore dell’Università per Stranieri merita di essere letto con attenzione, andando oltre le reazioni immediate che spesso accompagnano interventi fortemente caratterizzati.
L’impianto valoriale è chiaro fin dall’inizio: libertà, pensiero critico, diritti, rifiuto di ogni forma di dominio. L’università viene descritta come un presidio culturale capace di opporsi alle derive autoritarie e alle nuove disuguaglianze globali. È una visione che appartiene alla migliore tradizione europea, quella che affida agli atenei non solo il compito di trasmettere conoscenza, ma anche quello di formare coscienze consapevoli.
Tuttavia, proprio la nettezza di questo posizionamento apre una questione che non può essere elusa. Quando una cerimonia istituzionale assume toni esplicitamente politici, il confine tra testimonianza culturale e rappresentanza dell’intera comunità accademica diventa più sottile. L’università, per sua natura, è uno spazio plurale: la sua autorevolezza dipende dalla capacità di essere riconosciuta come casa comune anche da chi non condivide le stesse sensibilità. Non si tratta di invocare una neutralità impossibile, ma di custodire un equilibrio che è parte stessa della funzione pubblica dell’istituzione.
Accanto a questa dimensione più esposta, il discorso mostra però una struttura solida quando affronta i nodi concreti della vita universitaria. Il tema del definanziamento pubblico, il diritto allo studio minacciato dall’aumento degli affitti, le carenze infrastrutturali, la necessità di ampliare servizi e spazi, il contrasto a discriminazioni e abusi: qui emerge con chiarezza la responsabilità di governo di un ateneo che conosce le proprie fragilità e prova a indicare soluzioni. È su questo terreno che la leadership universitaria misura davvero la propria credibilità.
Ancora più rilevante è la traiettoria strategica delineata. Un’università per stranieri può giustificare la propria specificità solo rafforzando una vocazione autenticamente internazionale, evitando sovrapposizioni con altri atenei e costruendo percorsi formativi riconoscibili. L’idea di formare “umanisti dell’umanità” non è soltanto un’immagine efficace: è il tentativo di collocare l’istituzione dentro una geografia culturale larga, capace di attraversare lingue, tradizioni e saperi.
Resta, sullo sfondo, una domanda più ampia che riguarda tutte le università contemporanee: devono limitarsi a essere luoghi di alta formazione oppure assumere anche un ruolo morale nel dibattito pubblico? Le due dimensioni non sono incompatibili, ma richiedono misura. Un ateneo troppo prudente rischia l’irrilevanza; uno troppo schierato può vedere indebolita quella fiducia diffusa che costituisce la base della sua legittimazione.
La forza dell’università non risiede nelle parole più alte che pronuncia, bensì nella qualità dello spazio che riesce a garantire al confronto. È lì che si verifica la tenuta di una comunità scientifica: nella possibilità che differenze anche profonde convivano senza trasformarsi in fratture.
L’intervento inaugurale appare dunque culturalmente robusto e sorretto da una visione riconoscibile. Proprio per questo solleva un’esigenza di equilibrio che non riguarda una singola persona, ma l’idea stessa di istituzione universitaria. Perché un ateneo non è soltanto un luogo che produce sapere; è un bene pubblico che vive della fiducia di molti.
E la fiducia, più di ogni dichiarazione, nasce quando tutti possono sentirsi parte dello stesso orizzonte.





