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di Pierluigi Piccini
Il dibattito apertosi intorno al Parco nazionale delle miniere dell’Amiata merita attenzione, perché non riguarda soltanto la distribuzione di funzioni o investimenti. In gioco c’è una questione più profonda: quale idea di governo vogliamo per un territorio complesso, fatto di comunità che non possono essere considerate periferie mobili dentro un disegno deciso altrove.
In queste settimane è affiorata una lettura che richiede una risposta chiara: quella secondo cui alcune realtà avrebbero goduto in passato di “privilegi” e che oggi sarebbe necessario un riequilibrio. È un’impostazione culturalmente debole e politicamente rischiosa. Definire privilegi gli investimenti pubblici destinati alla valorizzazione di un’area significa fraintendere la natura stessa di quelle scelte, che quando sono lungimiranti non appartengono mai a un solo Comune ma generano effetti diffusi, economici e culturali.
Lo sviluppo non è una torta da dividere in parti uguali, né un risarcimento da distribuire secondo logiche compensative. È una strategia. E le strategie si costruiscono rafforzando ciò che funziona, mettendolo al servizio di un sistema territoriale più ampio, non ridimensionandolo per inseguire un’idea aritmetica di equilibrio che finirebbe solo per indebolire tutti.
Ancora più discutibile è l’argomento secondo cui la lunga stagione commissariale avrebbe corretto presunti squilibri. Il vero problema, semmai, è l’opposto: anni senza una governance pienamente insediata hanno inevitabilmente impoverito il confronto politico, sostituendolo con procedure più snelle sul piano decisionale ma meno solide su quello democratico. Quando manca un consiglio, manca anche il luogo naturale della mediazione tra interessi diversi e della costruzione di una visione condivisa.
Per questo rivendicare il ruolo delle amministrazioni non è una questione formale. Significa difendere un principio essenziale: le scelte strategiche devono nascere dentro un processo riconoscibile, trasparente e partecipato. Non possono essere il risultato di consultazioni ristrette né di tavoli costruiti selezionando interlocutori ritenuti più gestibili. La legittimazione delle decisioni passa dalla loro apertura, non dalla loro semplificazione.
C’è un errore che la politica dovrebbe evitare: confondere il riequilibrio con lo spostamento delle centralità. Un territorio come l’Amiata non ha bisogno di nuove competizioni interne, ma di una regia capace di trasformare le eccellenze locali in infrastrutture territoriali condivise, mettendo in relazione memoria mineraria, paesaggio, turismo, ricerca e nuove economie.
I territori non sono caselle da riequilibrare. Sono comunità da guidare.
Il Parco dovrebbe essere esattamente questo: non il luogo dove si redistribuiscono attenzioni, ma lo spazio in cui si costruisce una visione comune di futuro. Se diventa invece terreno di micro-aggiustamenti politici, il rischio è di ridurlo a un contenitore amministrativo privo di forza strategica.
La domanda vera non è quale Comune stia al centro, ma se il Parco voglia diventare un motore di sviluppo oppure restare prigioniero di una geografia delle rivendicazioni. Serve un cambio di passo: meno narrazioni sui presunti vantaggi del passato e più responsabilità sul progetto che si intende costruire. Perché i territori crescono quando qualcuno ha il coraggio di indicare una direzione e di farlo insieme alle comunità.
Oggi, più che di riequilibri, l’Amiata ha bisogno di leadership politica.





