
L’Europa tra nuove leadership, fratture interne e fronti globali
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13 Febbraio 2026Italia: un Paese che cambia tra tensioni politiche, transizioni sociali e nuove scelte strategiche
Anche osservando esclusivamente il quadro nazionale emerge una sensazione ormai evidente: l’Italia sta entrando in una fase di trasformazione non episodica ma strutturale. Non si tratta solo dell’alternanza politica o delle fisiologiche polemiche tra maggioranza e opposizione; ciò che si intravede è un riassetto più profondo che riguarda istituzioni, economia, demografia e collocazione europea.
Il primo terreno di ridefinizione è quello politico-istituzionale. Il governo continua a puntare su riforme che mirano a rafforzare la stabilità dell’esecutivo e a rendere più lineare il processo decisionale. Dietro questo orientamento si intravede una domanda diffusa di governabilità, maturata in anni segnati da crisi economiche, emergenze sanitarie e instabilità internazionale. Tuttavia, ogni tentativo di rafforzamento del potere centrale riapre inevitabilmente il dibattito sull’equilibrio tra rappresentanza e leadership, tra efficienza e pluralismo.
Allo stesso tempo, il rapporto tra Stato e territori resta un nodo irrisolto. Le richieste di maggiore autonomia da parte delle regioni più forti economicamente convivono con il timore di ampliare le disuguaglianze territoriali. Il dualismo storico tra aree dinamiche e zone più fragili rischia infatti di accentuarsi se non accompagnato da un robusto sistema di perequazione e da una strategia nazionale capace di tenere insieme competitività e coesione.
Sul piano economico, l’Italia si muove in un equilibrio delicato. La crescita appare moderata ma esposta alle oscillazioni globali: energia, inflazione, rallentamento industriale europeo. In questo contesto, il sistema produttivo mostra due volti. Da una parte, distretti manifatturieri e filiere ad alta specializzazione che continuano a esportare e innovare; dall’altra, un tessuto di piccole imprese che fatica ad affrontare la transizione digitale ed ecologica. La vera sfida non è soltanto crescere, ma farlo senza aumentare la distanza tra chi riesce a trasformarsi e chi resta indietro.
Il mercato del lavoro riflette questa ambivalenza. L’occupazione ha mostrato segnali di tenuta, ma permane una qualità spesso fragile: salari stagnanti, diffusione del lavoro povero, difficoltà dei giovani a costruire percorsi professionali stabili. Il tema non è più solo creare posti di lavoro, ma generare lavoro qualificato, capace di trattenere competenze e ridurre l’emigrazione silenziosa di capitale umano.
Accanto all’economia, la variabile demografica sta diventando decisiva. L’Italia invecchia rapidamente e registra una natalità tra le più basse d’Europa. Senza un’inversione di tendenza — che può arrivare solo da politiche familiari efficaci, maggiore partecipazione femminile al lavoro e una gestione strutturale dell’immigrazione — il rischio è quello di una contrazione progressiva della base produttiva e fiscale. La questione demografica non è più sociale soltanto: è ormai una questione macroeconomica.
Il posizionamento internazionale del Paese, intanto, si gioca sempre più dentro l’Unione europea e nel rapporto con la NATO. L’Italia appare orientata a rafforzare la propria affidabilità atlantica, mentre cerca allo stesso tempo margini di influenza nelle scelte europee su industria, energia e governance economica. In un’Europa che discute di integrazione differenziata, Roma è chiamata a evitare il rischio di scivolare in una fascia periferica delle decisioni strategiche.
Un altro passaggio cruciale riguarda la transizione energetica. La necessità di ridurre la dipendenza dall’estero ha riaperto il dibattito su fonti rinnovabili, infrastrutture e sicurezza degli approvvigionamenti. Ma ogni progetto incontra resistenze locali, lungaggini autorizzative e conflitti tra tutela del paesaggio e urgenza climatica. La vera partita si giocherà sulla capacità dello Stato di trasformare la transizione in politica industriale, e non soltanto ambientale.
Infine, si avverte un cambiamento più sottile ma profondo nel clima sociale. Cresce una domanda di protezione — economica, sanitaria, identitaria — che attraversa fasce molto diverse della popolazione. È una richiesta di stabilità in un tempo percepito come incerto. Tuttavia, quando la ricerca di sicurezza prevale sulla fiducia nel futuro, il rischio è quello di una società più prudente che innovativa.
Nel loro insieme, questi segnali descrivono un’Italia sospesa tra adattamento e trasformazione. Il Paese possiede risorse economiche, culturali e civili considerevoli, ma la differenza la farà la capacità di leggere il cambiamento prima di subirlo. Come accade nel quadro internazionale, anche qui il punto non è se la transizione avverrà, ma chi sarà in grado di guidarla.





