
Richter Alfa e omega della pittura
15 Febbraio 2026
SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
15 Febbraio 2026A Roma, Studio Casoli «Camera Spaziale», «meteoriti» in alluminio scandiscono la stanza della Galleria mettendo in dialogo materia e pensiero. La lezione di Eliseo Mattiacci negli anni della brutale colonizzazione dello spazio
Un nuovo esopianeta potenzialmente abitabile, denominato HD 137010 b, è stato da poco individuato a 146 anni luce dalla Terra. La scoperta alimenta ancora una volta l’immaginario di mondi alternativi che la retorica dominante del capitalismo tecnologico tende immediatamente a convertire in progetti di espansione. La nuova rincorsa allo spazio parla il linguaggio della conquista: il programma Artemis rilancia la Luna come avamposto strategico, Marte è presentato come prossima colonia, mentre aziende private come SpaceX e Blue Origin trasformano la fascia orbitale terrestre in infrastruttura economica. Quando, a metà degli anni ottanta, Eliseo Mattiacci rivolge lo sguardo al cielo, l’universo, al contrario, non è una meta da raggiungere e occupare ma uno spazio da pensare.
Per Mattiacci questa prospettiva è il punto di approdo di un’indagine che, fin dagli esordi, mette in crisi i confini della pratica artistica. Attivo a Roma dal 1964, l’artista si forma in un contesto attraversato da profonde trasformazioni del linguaggio visivo. Dalle prime esperienze, la sua ricerca si colloca ai margini della tradizione, quando non oltre, mettendo in discussione l’idea di scultura come oggetto autonomo. Opere come il Tubo del 1967 – esposto per la prima volta lo stesso anno nella leggendaria galleria romana La Tartaruga – con la loro invasione fisica dello spazio espositivo e urbano non si limitano a occupare un ambiente: lo attraversano, lo modificano, costringendo la presenza dello spettatore a rinegoziare la propria posizione.
Negli anni settanta, Mattiacci prosegue la sua sperimentazione ponendo il corpo, il proprio e quello del pubblico, al centro della ricerca, come strumento di misura. E la materia come luogo di sperimentazione con azioni, pratiche di concentrazione, tentativi di mettere in relazione peso, equilibrio, resistenza, durata. Ma è negli anni ottanta, in concomitanza con il suo trasferimento nelle Marche e con un nuovo studio immensamente più grande di quello cui era abituato, che il suo sguardo proiettato all’interno si rovescia in maniera definitiva verso l’esterno. La riflessione si apre allora a un «fuori» radicale, cosmico, in cui il corpo dell’artista non è più misura esclusiva dell’opera ma diventa punto di relazione con l’ordine degli astri.
È proprio questa fase, cruciale per il suo percorso, che lo Studio Casoli, in collaborazione con lo Studio Eliseo Mattiacci, porta all’attenzione oggi nella nuova sede romana, fino al 10 aprile. Il progetto, inteso come dispositivo di osservazione, presenta un lavoro mai esposto prima al pubblico. La sua conoscenza era stata infatti fino a oggi affidata esclusivamente ad alcune fotografie di Claudio Abate scattate nello studio dell’artista. Camera Spaziale – titolo che rimanda direttamente alla natura dell’allestimento – si configura come un ambiente concentrato in cui elementi in alluminio (meteoriti) scandiscono dall’alto in basso la sala della galleria mettendo in dialogo materia e pensiero, prossimità e infinito.
Il lavoro di Mattiacci si inscrive così, in modo tutt’altro che accidentale, in una genealogia precisa, quella aperta da Lucio Fontana e dallo Spazialismo, in cui l’ambiente non è sfondo dell’opera ma suo materiale costitutivo, attraversabile e non semplicemente involucro. Un legame reso ancora più significativo dal rapporto tra Mattiacci e Casoli, già condiviso in precedenti esperienze espositive a Roma e a Milano, quest’ultima ospitata proprio nell’ex studio di Fontana. In questo stesso orizzonte si colloca la dichiarazione dell’artista che restituisce con precisione il senso della sua ricerca: «Mi piacerebbe lanciare una mia scultura nello spazio, in orbita. Sarebbe davvero un bel sogno sapere che lassù gira una mia forma spaziale». Non un desiderio di conquista, ma la tensione a confrontare la forma con l’ignoto.
Il ritorno di Mattiacci a Roma assume inoltre un valore particolare, anche alla luce del legame profondo che ha intrattenuto con la città. Ne è testimonianza il volume curato da Lara Conte e pubblicato dalla casa editrice londinese Ridinghouse, che ricostruisce gli anni romani di Mattiacci e la formazione di una pratica in cui materia, corpo e riflessione concettuale si intrecciano senza soluzione di continuità. È inoltre una suggestiva coincidenza che il progetto si svolga in Piazza Costaguti, al piano inferiore di quella che fino a pochi mesi fa era l’abitazione di Luisa Laureati Briganti – gallerista e collezionista profondamente legata al suo percorso umano e professionale. Proprio alla Galleria dell’Oca si era tenuta l’ultima occasione espositiva romana dell’artista.
Mattiacci, dunque, interroga il cielo come dimensione simbolica e critica. Guarda il cosmo per misurare l’umano, ponendo l’osservazione dell’universo al centro di una riflessione sull’esperienza e sulla percezione. La sua ricerca apre una questione attuale: come può la scultura confrontarsi con lo spazio che non è più soltanto materiale, ma permeato dalle percezioni diffuse e dalle rappresentazioni condivise della contemporaneità? La risposta dell’artista si manifesta come tentativo ostinato di dare forma all’invisibile, come pratica di misura che assume l’essere umano a parametro e soglia, riportando costantemente l’indagine entro un orizzonte esperienziale e corporeo.
È proprio questa insistenza su una centralità non metaforica ma strutturale del soggetto – più che qualsiasi tensione visionaria – a costituire oggi il nucleo della sua attualità critica. In un’epoca in cui miliardari in tuta spaziale promettono colonie su Marte e satelliti privati sorvegliano la Terra come fosse un enorme parcheggio, il ritorno di Mattiacci ci ricorda che lo spazio – quello vero, poetico e percettibile – non si conquista: si osserva, si misura, si sente.





