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15 Febbraio 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
NUOVO CINEMA MANCUSO
Spettatori, composti!
“Stai diritta con la schiena”, diceva la mamma quando aveva voce in capitolo. Lontano dalla mamma supplivano gli insegnanti, almeno fino a una certa età. “E adesso?”, si chiede Tristan Garcia in un articolo su Première. Adesso che viviamo stravaccati davanti alle serie, che ne sarà di noi?
La presentazione, prima di cominciare. Tristan Garcia si dichiara scrittore di romanzi e di libri teorici “su tutto e niente”. Dice di guardare le serie stando a terra, senza precisare se seduto o sdraiato. Aggiunge che ha mal di schiena, e vorrebbe l’indirizzo di un buon osteopata a Lione. A parte Lione, e il libri su tutto e su niente, possiamo sottoscrivere i dolori alla schiena. Rapido controllo: il giovanotto insegna all’università di Lione.
Al cinema si stava seduti. Più o meno composti. Scrive Mireille Berton, ricercatrice all’Università di Losanna, nel suo saggio “Le corps nerveux des spectateurs”. All’inizio si temeva che la nuova forma di spettacolo popolare rendesse “isterici” gli spettatori, quindi bisognava farli sedere (per esempio, al Globe di William Shakespeare gli spettatori stavano in piedi). Lo spettacolo popolare è pian piano diventato un teatro borghese, ma democratico. Scena frontale, e posti a sedere di varie categorie.
Nel Novecento il cinema era un luogo più rilassato. Non c’era bisogno di stare composti e quasi immobili come a un concerto. Davanti alle immagini registrate l’atteggiamento era più disinvolto. Si beveva e si mangiava. Facevano eccezione i cinema d’essai e i cinema porno; ma per il resto, i corpi erano semi-pubblici, esposti ma protetti dal buio. La sala cinematografica era un limbo, un rifugio, uno spazio tra il mondo sociale e il mondo interiore.
Quando sono arrivati i videoregistratori, e i film abbiamo cominciato a vederli in casa, i corpi e gli atteggiamenti degli spettatori erano già cambiati. Colpa della massiccia esposizione alla tv, ovunque si guardasse c’era un divano. Divano per sdraiarsi, per mangiare sui vassoietti (tv dinner o pizza), divano da condividere con amici e parenti.
Finché gli schermi li abbiamo avuti in mano, uno per ciascuno, e ognuno è andato a sedersi dove voleva. E’ rimasta la nostalgia per il divano, registrata da serie come “Friends”, o la più recente e moderna “Stranger Thrings”. La marcia verso lo stravaccamento era solo cominciata. E ci avevano avvertiti: “Tanto bene alla schiena non fa”.
E adesso, con le maratone davanti a Netflix, Amazon, e ora c’è pure Hbo Max? Qui l’esperto “di tutto e di niente” si ferma ed esita. Parla di “posizione fisica e morale” davanti alle piattaforme. Si sa, i francesi non amano mai troppo gli americani, e non perdono occasione per sottolinearne la miseria culturale, peggio se accompagnata ai dolori lombari.
DUE PROCURATORI
di Sergei Loznitsa, con Alessandro Kuznetsov, Aleksandr Filippenko, Andris Keiss
Terrore
staliniano. 1937. Le suppliche dei detenuti politici vengono ammucchiate e bruciate. Sono indirizzate a Stalin, a esponenti del Politburo, o al procuratore regionale, perché indaghino sui metodi poco ortodossi dei commissari del popolo, sezione affari interni. Una sola riesce ad arrivare sulla scrivania del giovane procuratore Korneev, a Bryansk. E’ scritta con il sangue – altro il prigioniero non aveva. L’anziano detenuto Stepniak, bolscevico da prima della rivoluzione del 1917, lamenta l’ingiusta detenzione e le torture. Korneev lo aveva avuto come insegnante, convinto che si tratti di un errore giudiziario va a trovarlo in carcere. Burocrazia e strazio: lunghi corridoi, porte aperte e richiuse prima di arrivare alla cella, e finalmente l’incontro. Messo in scena con atroce realismo da Sergei Loznitsa, che per una volta ha rinunciato agli archivi – ne aveva tratto un sinistro documentario sulla morte di Stalin, dolenti che in processione rendevano omaggio al feretro accomodato su velluti rossi. Il vecchio mostra le cicatrici, e racconta quel che ha subito. Il giovane procuratore, convinto che si tratti di un errore giudiziario, si mette in viaggio verso Mosca per denunciare il caso al procuratore generale. Da un racconto di Georgy Demidov, richiuso per 14 anni nel gulag della Kolyma, che ebbe tra i suoi prigionieri anche Varlam Shalamov. Scritto nel 1969, confiscato dal KGB nel 1980, pubblicato solo nel 2009.
IL MAGO DEL CREMLINO
di Olivier Assayas, con Paul Dano, Jude Law, Alicia Vikander
Qual
è l’anello debole che ha trasformato il fascinoso e intelligente romanzo di Giuliano da Empoli – Mondadori 2022, dopo lo straordinario successo in Francia – in un film poco appassionante? Olivier Assayas dirige un film modesto e parlatissimo, non il film rivoluzionario e rivelatore che forse aveva in mente. In fondo, qualche curiosità sull’ascesa al potere del giovane Putin l’abbiamo tutti. Vabbè, quasi tutti. Ma il romanzo si faceva leggere di corsa, anche da parte di quei “quasi tutti”. Molto ben scritto, era costruito attorno alla figura di Vadim Baranov, nome di fantasia che rimanda a Vladislav Surkov. Dopo il crollo dell’Unione sovietica, prima è un artista, poi un produttore televisivo, poi il consigliere personale e spin doctor dell’ex agente del KGB destinato a prendere il potere assoluto e a conservarlo. Poi sparisce. Stanato dopo molti anni, Baranov – spin doctor che aveva imparato l’arte dell’inganno facendo il regista in tv – racconta ogni cosa, vendicando se stesso e un paio di generazioni prima di lui. Scrive Giuliano da Empoli: “Di mestiere dispone specchi in cerchio per trasformare una flebile fiammella in un incantesimo”. Pare il Mago di Oz, nella “macchina degli incubi dell’occidente”. L’attrattiva del romanzo stava nel sospetto che Baranov si dichiarasse “decisivo” in situazioni in cui forse non lo era stato davvero. Un narratore inaffidabile, trascurato dalla sceneggiatura di Emmanuel Carrère.
PILLION
di Harry Lighton, con Alexander Skarsgård, Harry Melling, Douglas Hodge, Lesley Sharp
Galeotte
sono le freccette. Nel pub inglese Colin – l’attore Harry Melling che nell’ormai lontano ciclo di film di Harry Potter era il cugino grasso e bullo Dudley Dursley – canta le canzoni di Natale. In quartetto vocale, con la giacca a righe colorate e i capelli lunghi sotto la paglietta. Attira l’attenzione del motociclista Ray, in tuta di pelle che sembra non togliersi mai. Apre la cerniera quanto basta per un po’ di sesso, in piedi e in strada, con il subito sottomesso Colin, che prova anche a leccargli gli stivali ma si capisce che non è pratico. Passa la giornata dando multe, vive con i genitori; la mamma malata di cancro vorrebbe vederlo sistemato prima della dipartita. L’inclinazione a obbedire – “an attitude for devotion” rende molto meglio l’idea – non sfugge al taciturno Ray, che lo fa dormire sul tappetino ai piedi del letto e ogni mattina lascia un biglietto: c’è la spesa da fare, la colazione e la cena da preparare. Oltre al sesso, che però non fa avanzare l’intimità. Ray sta sul divano a leggere, il posto vicino a lui spetta al cagnone di casa. Però Colin ha ora la sua tutina da motociclista – il “pillion” è il passeggero che sta dietro – più una catena con lucchetto al collo. E viene ammesso ai picnic erotici del gruppo – niente di leggiadro, son grassocci e sembra non abbiano visto il sole mai. Resta il mistero del pianoforte a casa di Ray, mentre la mamma di Colin vuol conoscere l’amico del figlio. Tenero e imperdibile.
“CIME TEMPESTOSE”
di Emerald Fennell, con Jacob Elordi, Margot Robbie, Owen Cooper, Hong Chau
La
regista Emerald Fennell ha voluto le virgolette attorno al titolo. Stanno a significare che restituisce sullo schermo le sue impressioni da quattordicenne che per la prima volta legge “Cime tempestose” di Emily Brontë. Per essere precisi: metà del libro, ma questo è un difettuccio comune a tanti. Finita la passione tra Catherine e Heathcliff si stacca la spina, poco importano le conseguenze sugli eredi. Ogni lettura è legittima. Ma i sogni erotici dell’adolescente avrebbero trovato migliore collocazione su Wattpad – non in un film costato milioni, né sulla copertina della recente edizione Einaudi, che parla di opera “trasgressiva e asessuata”. Gli attori sono leggiadri e alla moda. Jacob Elordi soprattutto, Margot Robbie dopo “Barbie” ha un’aria matronale, o forse solo Martin Scorsese era riuscito a levargliela, in “The Wolf of Wall Street”. Un po’ anzianotti per incarnare una passione adolescenziale: il cinema è spietato. Heathcliff – “un personaggio che salva il libro”, secondo una delle dilettanti allo sbaraglio che affollano internet – è un trovatello (di pelle scura) portato a Wuthering Heights dal padre di Catherine. Giocano insieme, si giurano eterna fedeltà, ma in età da marito è più saggio sposare il ricco vicino. L’ex trovatello fugge, tornerà ricco e spietato, per vendicarsi. Con una sola espressione per sesso, rabbia, odio, “che bello ritrovarti così ti posso tormentare” – era più convincente come creatura di Frankenstein.





