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Le dichiarazioni di Lorenza Bondi e Paolo Salvini a sostegno del Sì al referendum sulla separazione delle carriere hanno acceso un confronto che rischia di scivolare sul piano simbolico. Si parla di persone perbene, di offese, di centri di potere. Ma il nodo vero è costituzionale e riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Nicola Gratteri ha espresso una posizione critica, sostenendo che la separazione non sia necessaria per garantire l’imparzialità del giudice e che possa incidere sull’autonomia complessiva della magistratura. Quando richiama “centri di potere”, formula un giudizio politico-istituzionale, non un’accusa personale verso chi voterà Sì.
Bondi e Salvini replicano che la separazione è l’unica strada per assicurare la terzietà del giudice e per sottrarre la magistratura al controllo delle correnti. Ma se si vuole restare alle cose reali, occorre partire da un dato: oggi il pubblico ministero non giudica e il giudice non indaga. Le funzioni sono già separate nel processo e i passaggi da un ruolo all’altro sono rari e regolati. La riforma interviene sull’assetto ordinamentale, non sulla distinzione funzionale.
L’imparzialità del giudice è garantita soprattutto dalle regole del processo: contraddittorio, obbligo di motivazione, pluralità dei gradi di giudizio, incompatibilità nei casi concreti. La separazione delle carriere modifica l’architettura istituzionale, ma non sostituisce queste garanzie. Inoltre, l’unità della magistratura prevista dalla Costituzione è stata pensata anche per rafforzarne l’indipendenza dal potere esecutivo. Separare le carriere può produrre effetti diversi, che vanno valutati con prudenza.
Anche il tema delle correnti non si risolve automaticamente con una linea di confine organizzativa. Il problema riguarda i meccanismi di selezione e responsabilità interna, non solo la struttura delle carriere.
Il referendum non è una sfida morale, ma una scelta sull’equilibrio costituzionale del Paese. Riportare il dibattito alla sostanza significa discutere di funzioni, dati e conseguenze istituzionali, lasciando da parte le etichette.
È in questo spirito che intendo formarmi un giudizio nei prossimi giorni, valutando con attenzione gli effetti concreti della riforma sull’indipendenza della magistratura e sulle garanzie per i cittadini. In una materia così delicata, prendersi il tempo di capire è responsabilità. Ed è sui fatti che costruirò la mia scelta.





