
La stasi elegante. The Elegant Stasis
17 Febbraio 2026
Italia: stabilità apparente, transizione incompiuta
18 Febbraio 2026Una lettura trasversale e politica delle notizie che segnali. Non è un semplice elenco: è una mappa delle tensioni in corso
Sul piano religioso e simbolico, l’inizio del Ramadan diventa ancora una volta un indicatore geopolitico. L’Arabia Saudita annuncia l’avvistamento della luna e fissa l’inizio a mercoledì, mentre l’Egitto lo colloca a giovedì. Non è una semplice divergenza astronomica: è il segno di un mondo islamico che non ha un’autorità unificata e nel quale la sovranità religiosa resta nazionale. In parallelo, in Europa, il quotidiano La Croix parla di un cattolicesimo tornato “cool” tra Quaresima 2025 e 2026. È un fenomeno interessante: mentre l’Islam vive la dimensione politica della visibilità religiosa, il cattolicesimo occidentale riscopre ritualità e identità come risposta a un vuoto culturale e generazionale. La religione non arretra: cambia forma.
Sul fronte ucraino, Ginevra torna ad essere teatro di diplomazia ad alta tensione. I colloqui tra Ucraina e Russia, mediati dagli Stati Uniti, sono definiti “molto tesi” e concentrati su “questioni pratiche”. Il presidente Volodymyr Zelensky ribadisce che l’opinione pubblica non accetterà cessioni territoriali. È un punto cruciale: la legittimazione interna limita ogni margine negoziale. La guerra è militare, ma anche sociale e identitaria.
In parallelo, sempre a Ginevra, Washington e Iran parlano di “buoni progressi”. Ma mentre si negozia, l’Ali Khamenei alza il tono contro le navi da guerra statunitensi. È la doppia grammatica della Repubblica islamica: apertura tecnica al tavolo, retorica di deterrenza sul piano interno e regionale.
Dentro questa architettura si inserisce la strategia di Donald Trump, che – secondo il The New York Times – punta su una diplomazia senza diplomatici, affidandosi a figure di fiducia come Steve Witkoff e Jared Kushner. È un modello personalistico, quasi imprenditoriale, della politica estera: meno istituzioni, più relazioni dirette. Funziona nel breve periodo? Forse. È sostenibile nel lungo? Molto meno.
Altrove, la “car diplomacy” tra Narendra Modi e Emmanuel Macron a Mumbai è un gesto simbolico che segnala l’asse India–Francia in chiave industriale e strategica. Non è folklore: è il consolidamento di un equilibrio indo-pacifico alternativo alla polarizzazione USA-Cina.
In America Latina, il Perù vive un’altra crisi istituzionale: il Congresso destituisce il presidente José Jerí dopo appena quattro mesi. È il sintomo di un sistema politico frammentato e incapace di stabilità, dove il conflitto tra esecutivo e legislativo è diventato strutturale.
Negli Stati Uniti, la morte del reverendo Jesse Jackson chiude simbolicamente una stagione dei diritti civili fondata sulla leadership carismatica e sulla mobilitazione morale. Oggi il conflitto americano è più frammentato, meno unificato attorno a figure riconosciute.
In Francia, il caso legato a Quentin Deranque mette sotto pressione La France Insoumise, mentre editoriali come quello di Le Monde invitano a “rifiutare la violenza politica”. Anche qui emerge una linea comune: le democrazie occidentali sono attraversate da tensioni che mettono in discussione il patto civile.
Se mettiamo insieme questi elementi, il quadro è chiaro: religione che ritorna come identità pubblica, diplomazie fragili e personalizzate, conflitti congelati ma non risolti, instabilità istituzionali e polarizzazione interna. Non è un mondo in guerra totale, ma è un mondo in transizione permanente.
Se vuoi, posso trasformare questa lettura in un pezzo pronto per la tua Rassegna Internazionale, con un taglio più editoriale e coerente con la linea che stai costruendo.





