
Una lettura trasversale e politica delle notizie che segnali. Non è un semplice elenco: è una mappa delle tensioni in corso
18 Febbraio 2026
Jungleland
18 Febbraio 2026
L’Italia vive una fase di apparente stabilità politica, ma sotto la superficie si muovono tensioni profonde. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha consolidato la propria posizione parlamentare e internazionale, accreditandosi come interlocutore affidabile nella NATO e nell’Unione Europea. Tuttavia, la stabilità non coincide con un vero progetto di trasformazione strutturale del Paese.
Sul piano economico, il nodo resta la crescita debole. L’ISTAT continua a registrare un quadro fatto di occupazione numericamente alta ma qualitativamente fragile: lavoro povero, salari reali erosi dall’inflazione degli ultimi anni, produttività stagnante. Il paradosso italiano è questo: più occupati, ma più vulnerabili. Il conflitto sociale non esplode, ma si sedimenta.
La politica industriale resta sospesa tra interventi difensivi e difficoltà di visione strategica. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy parla di sovranità produttiva, ma la questione energetica e quella tecnologica restano largamente condizionate da dinamiche europee e globali. La transizione ecologica procede, ma con un equilibrio instabile tra consenso territoriale e obiettivi climatici.
Sul piano istituzionale, il progetto di riforma costituzionale in senso presidenziale – o “premierato forte” – rappresenta un tentativo di stabilizzare il sistema politico, storicamente frammentato. Ma qui si gioca una partita delicata: rafforzare l’esecutivo senza comprimere gli spazi di equilibrio parlamentare. La discussione non è solo tecnica, è culturale: quale idea di democrazia si vuole costruire?
L’opposizione appare ancora in cerca di una sintesi. Il Partito Democratico prova a riorganizzarsi intorno a temi sociali e diritti civili, mentre il Movimento 5 Stelle insiste su salario minimo e redistribuzione. Ma la difficoltà è trasformare le singole battaglie in una narrazione coerente di alternativa di governo.
Nel frattempo, il dibattito pubblico si polarizza su questioni simboliche: identità nazionale, immigrazione, sicurezza. È un terreno su cui la destra si muove con maggiore compattezza, mentre il centro-sinistra fatica a tenere insieme universalismo e percezione di insicurezza sociale.
C’è poi il tema, meno visibile ma decisivo, della frattura territoriale. Il divario Nord-Sud non si è ricomposto; le aree interne continuano a perdere popolazione e servizi; le città medie oscillano tra attrattività turistica e impoverimento produttivo. L’autonomia differenziata, sostenuta dalla Lega, potrebbe accentuare questa tensione se non accompagnata da meccanismi forti di perequazione.
Infine, la dimensione culturale. In Italia la religione non è più conflitto politico centrale, ma resta infrastruttura simbolica. Mentre altrove si discute di ritorno del sacro, qui il cattolicesimo è più sotto traccia: meno egemonico, ma ancora presente nelle reti sociali e associative.
L’Italia non è in crisi aperta, ma in sospensione strategica. Non c’è un crollo, ma neppure un salto. Il rischio non è l’instabilità immediata; è la lenta normalizzazione della mediocrità: bassa crescita, riforme incomplete, conflitti latenti non risolti.





