
Palio, il Comune ritira il Codice dei veterinari e corregge il tiro
18 Febbraio 2026
Italia, il conflitto silenzioso: salari bassi, polarizzazione e un Paese che non decide
19 Febbraio 2026
Il dato è brutale. Secondo il Gaza Mortality Survey, studio rappresentativo pubblicato su The Lancet Global Health, tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025 a Gaza si stimano 75.200 “morti violente”. Non è una cifra propagandistica né una stima di parte: è il tentativo scientifico di misurare l’impatto umano di una guerra che continua a essere raccontata come se fosse solo una questione strategica. Settantacinquemila morti significano famiglie cancellate, generazioni spezzate, un tessuto civile lacerato oltre ogni retorica.
In questo scenario, il presidente Donald Trump si prepara a presiedere la prima riunione del suo annunciato “Consiglio di Pace”. L’ambizione dichiarata è alta: risolvere i conflitti mondiali. Ma la realtà che si impone è diversa. A Gaza non c’è ancora una prospettiva condivisa per il “dopo”. Restano irrisolte le domande su cessate il fuoco, ricostruzione, ruolo dell’Autorità Palestinese, sicurezza israeliana e riconoscimento politico palestinese. Senza una cornice multilaterale credibile, ogni vertice rischia di diventare un esercizio di comunicazione più che di diplomazia.
Lo scetticismo è forte, anche perché il Consiglio nasce in un contesto di alleanze fragili e di partner assenti o diffidenti. La pace non si costruisce per decreto, né con un marchio presidenziale. Serve un equilibrio tra pressione politica, incentivi economici, garanzie di sicurezza e, soprattutto, volontà reciproca delle parti in conflitto. A Gaza, questa volontà appare ancora lontana.
Non va meglio sul fronte europeo. I colloqui tra Russia e Ucraina si sono conclusi senza risultati significativi. “Difficili” è l’aggettivo diplomatico usato per descrivere trattative che restano bloccate su questioni essenziali: confini, sicurezza, adesione a blocchi militari, sanzioni. Nel frattempo, l’Ucraina adatta la difesa delle proprie infrastrutture ferroviarie all’intensificarsi degli attacchi russi, segno che la guerra si è trasformata in un conflitto di logoramento dove anche le linee ferroviarie diventano obiettivi strategici. La pace, qui, non è all’orizzonte: è una parola sospesa sopra una guerra che continua a produrre distruzione.
Sul piano simbolico, la decisione di consentire ad atleti russi e bielorussi di gareggiare alle Paralimpiadi sotto le bandiere nazionali segna un altro passaggio delicato. Lo sport, spesso evocato come terreno neutro, torna a essere campo di tensione politica. Normalizzazione o legittimazione? Inclusione o rimozione del conflitto? Anche qui la linea tra diplomazia e ambiguità è sottile.
Intanto, negli Stati Uniti, cresce la pressione sull’Iran. Secondo diverse fonti, il presidente avrebbe discusso piani per possibili attacchi già nel fine settimana, senza però prendere una decisione definitiva. L’eventualità di un allargamento del conflitto mediorientale incombe come un’ombra lunga su un’area già destabilizzata. Un’azione militare contro Teheran aprirebbe scenari imprevedibili, con ripercussioni su Hezbollah, sul Golfo, sulle rotte energetiche e sulla stessa sicurezza israeliana. In questo quadro, parlare di “Consiglio di Pace” appare quasi paradossale: mentre si annunciano tavoli diplomatici, si valutano opzioni militari.
Anche altrove la pressione geopolitica produce effetti devastanti. A Cuba, sotto la stretta delle sanzioni e delle misure statunitensi, la vita quotidiana si paralizza: carenze di cibo, carburante, turismo in caduta libera. La leva economica, usata come strumento politico, finisce per colpire soprattutto la popolazione civile. La pace, in questi casi, non è assenza di guerra ma presenza di un embargo che svuota lentamente la società.
Infine, in Francia, la morte di Quentin Deranque viene immediatamente inglobata nella lotta politica interna. Il Rassemblement National tenta di trasferire la “demonizzazione” verso La France Insoumise, in un clima in cui ogni fatto tragico diventa occasione di polarizzazione. Anche questo è un segno dei tempi: la conflittualità non è solo militare, ma simbolica, culturale, narrativa. Le società democratiche appaiono attraversate da fratture profonde che rendono più fragile qualsiasi tentativo di costruire consenso attorno a politiche di pace.
Il filo rosso che unisce Gaza, Kiev, Teheran, L’Avana e Parigi è la crisi della parola “pace”. La pace è evocata nei titoli, nei vertici, nei consigli straordinari. Ma sul terreno prevalgono logiche di potenza, calcoli elettorali, competizioni strategiche. I numeri di Gaza ricordano che la prima misura della pace è la vita umana. Settantacinquemila morti violente non sono una variabile geopolitica: sono il fallimento collettivo di una comunità internazionale incapace di fermare l’escalation.
Se esiste ancora uno spazio per la diplomazia, esso non può essere costruito su slogan o board presidenziali. Deve partire dal riconoscimento dei fatti, dall’accettazione dei costi umani e dalla volontà di superare la logica del nemico permanente. Altrimenti la pace resterà una parola inflazionata, mentre il mondo continua a bruciare.





