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19 Febbraio 2026Italia, il conflitto silenzioso: salari bassi, polarizzazione e un Paese che non decide
In Italia non cadono bombe. Non si contano morti violente come a Gaza, non si difendono infrastrutture sotto attacco come in Ucraina. Eppure anche qui esiste un conflitto. È meno visibile, ma non meno corrosivo. È il conflitto tra salari e costo della vita, tra istituzioni e cittadini, tra politica e realtà sociale.
L’economia cresce poco, in modo intermittente. L’inflazione ha rallentato, ma i prezzi restano stabilmente più alti rispetto al periodo pre-crisi. Il risultato è noto: il potere d’acquisto dei salari italiani è tra i più bassi d’Europa occidentale. La produttività ristagna da oltre vent’anni. I giovani qualificati continuano a emigrare. Le imprese chiedono meno burocrazia e più sostegno agli investimenti, ma spesso rinviano innovazione e formazione. Il conflitto qui è strutturale: un sistema che non riesce ad aumentare valore e redditi distribuisce solo insoddisfazione.
Sul piano politico, la polarizzazione è diventata metodo. Ogni fatto – cronaca nera, immigrazione, scuola, giustizia – viene immediatamente assorbito dentro uno schema identitario. Il Parlamento discute riforme costituzionali, premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere in magistratura. Temi legittimi, ma che rischiano di apparire lontani rispetto alla quotidianità di chi fatica a pagare un affitto o una bolletta. La distanza tra agenda politica e percezione sociale alimenta sfiducia, astensione, disinteresse.
Il PNRR avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta. In parte lo è stato: investimenti in digitalizzazione, transizione ecologica, infrastrutture. Ma l’attuazione procede con lentezze e revisioni continue. Il nodo vero non è solo spendere le risorse, ma trasformarle in crescita strutturale: più competenze, più ricerca, più lavoro qualificato. Senza questa trasformazione, il PNRR rischia di diventare una parentesi contabile.
C’è poi la questione demografica. L’Italia invecchia rapidamente. Nascono sempre meno bambini, aumentano gli over 65, si restringe la base produttiva. Non è un dato neutro: incide su pensioni, sanità, welfare, equilibrio dei conti pubblici. Ma soprattutto incide sul clima collettivo. Un Paese che non genera futuro tende a difendere il presente, a irrigidirsi, a temere il cambiamento.
Anche la coesione territoriale resta fragile. Il divario tra Nord e Sud non si è colmato. Le aree interne si spopolano, i servizi arretrano, le opportunità si concentrano nelle grandi città. In molte realtà locali il conflitto non è ideologico ma concreto: tra chi resta e chi parte, tra chi investe e chi dismette, tra memoria e innovazione. Senza una strategia per le periferie geografiche e sociali, la retorica dell’unità nazionale resta incompleta.
Infine, il rapporto con l’Europa. L’Italia è vincolata a regole fiscali che tornano stringenti. Il debito pubblico rimane elevato. Ogni scelta di spesa è osservata dai mercati e da Bruxelles. La politica nazionale promette spesso più di quanto i margini finanziari consentano. Anche qui il conflitto è latente: tra sovranità dichiarata e interdipendenza reale.
La differenza rispetto ai teatri di guerra è evidente. Ma il rischio comune è lo stesso: svuotare le parole. “Riforma”, “crescita”, “merito”, “sicurezza”, “famiglia”, “Europa” diventano slogan se non si traducono in scelte coerenti e verificabili. L’Italia non ha bisogno di un Consiglio di Pace. Ha bisogno di un patto di realtà.
Un patto che rimetta al centro tre questioni essenziali: lavoro dignitoso, qualità dei servizi pubblici, prospettiva per le nuove generazioni. Senza affrontare questi nodi, il conflitto silenzioso continuerà a logorare la fiducia collettiva. Non farà rumore come una guerra, ma produrrà un effetto altrettanto profondo: la lenta erosione della speranza.





