Insomma, lo abbiamo stra-capito, stra-raccontato, e il film è solo all’inizio. Manca un mese al referendum ma la trama è già nota: l’appuntamento è diventato un voto politico. Giorgia Meloni avrebbe potuto dire, una volta approvata la riforma: il mio lavoro finisce qui, offro questa opportunità al Paese, io mi dedico alle fatiche del governo e del Paese, in questo mondo così incasinato, senza diventare un soggetto vigoroso della battaglia e lasciando discutere sul merito esperti, giuristi, cittadini, la politica con toni civili, e anche facendo emergere quelli dell’altro campo favorevoli a un sì sui contenuti.
E invece ha politicizzato la pugna, nell’ambito di un vero e proprio cambio di fase all’insegna della radicalizzazione, che cancella il merito e toglie argomenti a chi era pur favorevole alla riforma, trascinando la sinistra su un no tutto politico. Dicevamo, la radicalizzazione: sul fronte internazionale, dove ogni occasione è buona, dal libro stampato in America con prefazione di JD Vance, alla polemica col cancelliere Mertz in difesa del mondo Maga, alla partecipazione al board di Trump, per accreditarsi come la migliore amica della Casa Bianca, per contiguità ideologica.
Sul fronte interno: gestione dei fatti di Torino, decreti sicurezza, valanga di nuovi reati per mostrare la faccia feroce alla curva, blocco navale, e ogni occasione buona per attaccare i giudici, anche qui con la postura molto trumpiana di un potere che, in virtù della sua unzione popolare, si sente libero da controlli. Il racconto è: non è colpa nostra se non riusciamo a governare, ma la colpa è dei giudici che ce lo impediscono. E se il Colle richiama tutti a un rispetto delle istituzioni, chissenefrega pure del Colle, vissuto non come un luogo di garanzia ma come un ostacolo al dispiegamento del disegno.
È chiaro: siffatto meccanismo è destinato ad alimentarsi in un crescendo. Poiché la radicalizzazione ha motivato la sinistra e spaventato i moderati – preoccupazione questa, anche di Marina Berlusconi – la premier sarà costretta a scendere in campo in prima persona, esponendosi a quell’effetto Renzi che voleva evitare: un referendum non solo sul governo ma anche su di sé, di cui sarà difficile ignorare le conseguenze. Ecco il punto: se vince, vince e sarà celebrato il premierato di fatto; ma se perde su questi presupposti (il plebiscito), sarà davvero possibile andare avanti come se nulla fosse mentre gli avversari parleranno di un governo “abusivo” e gli alleati si ringalluzziranno dopo anni in cui non hanno toccato palla? Come potrà il “governo votato dal popolo” ignorare un pronunciamento del popolo, dando l’idea di voler rimanere attaccato alla poltrona, che è esattamente la critica fatta da Meloni & Co. ai suoi predecessori?
Facendosi un giro nei Palazzi, infatti, si comincia a intercettare un cambio di umore proprio attorno alle chiacchiere sul voto anticipato, nel giro della maggioranza. Fino a poco tempo fa esso veniva legato alla vittoria del sì: battiamo il ferro finché è caldo e passiamo all’incasso, con questi chiari di luna nel mondo (Trump) e prima che finiscano gli effetti del Pnrr sull’economia. Però, si diceva, è difficile spiegarlo al Paese, in un quadro di stabilità e di fiducia rinnovata nelle urne. Ora il ragionamento è rovesciato. Ed evoca esattamente quello di Renzi nel 2016, che dopo la sconfitta provò ad andare al voto subito (e non ci riuscì), capendo che da lì sarebbe iniziato un logoramento.
Rispetto al primo scenario, ci sarebbe l’argomento perfetto per il racconto meloniano. Non sono pochi quelli che scommettono che la premier dirà: sono una combattente, ho sempre rispettato la volontà popolare, recepisco la sua voce e chiedo al popolo se è ancora con me, approfittando di un’opposizione che sul no è stata compatta ma non è ancora un’alternativa di governo (vai alle voci: leader, perimetro, politica estera). Il tempo, in un clima mutato nel Paese, non gioca a suo favore: meglio anticipare.
Sono chiacchiere, suggestioni, scenari. Però attenzione: la politica ha una sua logica oggettiva, più forte talvolta anche delle volontà soggettive del momento. Se una battaglia diventa politica nei presupposti, lo è anche nelle conseguenze. E alle conseguenze poi è difficile sfuggire.







