
Gruppo Consiliare di maggioranza “E’ L’Ora di Piano”
20 Febbraio 2026
Parte seconda: Piancastagnaio. Il presidio si consolida, l’orizzonte si allarga. Part Two: Piancastagnaio. The Garrison Consolidates, the Horizon Expands
20 Febbraio 2026Piano Strategico 2035 che delinea il futuro di Piancastagnaio «Un territorio più forte, meno dipendente dalle scelte degli altri»
PIANCASTAGNAIO di Michela Berti
Assessore Pierluigi Piccini, avete presentato un Piano Strategico al 2035. Parole o fatti? «Non è un documento da convegno, ma una scelta politica chiara. Un piano serve se indica priorità, tempi e responsabilità. Piancastagnaio oggi deve decidere se limitarsi ad amministrare l’esistente o costruire condizioni nuove per i prossimi dieci anni. Noi abbiamo scelto la seconda strada: lavoro qualificato, attrattività, servizi, qualità della vita. Non promesse generiche, ma una direzione verificabile nel tempo».
Il problema delle aree interne resta lo spopolamento. Come si inverte la rotta? «Non con slogan, ma rendendo il territorio desiderabile. Le persone restano — o arrivano — dove possono costruire una prospettiva stabile: occupazione solida, scuola di qualità, servizi efficienti, opportunità per i giovani e per le famiglie. Senza questa base materiale, ogni discorso sul rilancio rischia di restare retorica. La sfida è trasformare un’area interna in un luogo scelto, non subito».
Che ruolo avrà il centro storico? «Deve tornare a essere un luogo abitato e vissuto, non solo attraversato nei fine settimana. Ma c’è un principio ancora più importante: la ricchezza che si produce qui deve restare il più possibile qui. Significa sostenere commercio, artigianato, famiglie, servizi. Un territorio cresce davvero quando il valore economico generato rafforza la comunità e non si disperde altrove». Piancastagnaio ha un tessuto manifatturiero forte.
È una sicurezza? «È un punto di forza, ma non può essere l’unica leva. I grandi marchi sono una risorsa, tuttavia un territorio che dipende da un solo motore è esposto a ogni rallentamento del mercato. La solidità si costruisce diversificando: più innovazione, nuove imprese, servizi avanzati, filiere collegate al turismo e all’energia. In una parola, ampliare la base produttiva». Disoccupazione quasi zero, ma le aziende cercano personale: un paradosso? «È il segno che oggi la competizione è tra territori. Non basta offrire posti di lavoro: occorre essere attrattivi per competenze e famiglie. Questo significa investire in formazione, alloggi, servizi, mobilità. Se mancano queste condizioni, le imprese crescono ma non trovano le persone».
La geotermia può diventare un vantaggio strategico? «Lo è già. In una fase in cui il costo dell’energia incide su imprese e famiglie, poter contare su una risorsa stabile e rinnovabile rappresenta un fattore competitivo. L’obiettivo è trasformare questa dotazione naturale in opportunità di sviluppo».
Qual è il rischio più grande per un piccolo comune? «Pensare in piccolo. È prima di tutto un limite culturale. Se ci si percepisce come marginali, si finisce per accettare decisioni prese altrove.
E la sfida? «Dimostrare che anche un comune sotto i quattromila abitanti può essere un laboratorio di sviluppo. Non una periferia che rincorre, ma un territorio che anticipa, sperimenta e costruisce reti».
Se dovesse riassumere tutto in una frase? «Vogliamo un territorio più forte, meno dipendente dalle scelte degli altri e capace di trattenere la ricchezza che produce».





