
Parte seconda: Piancastagnaio. Il presidio si consolida, l’orizzonte si allarga. Part Two: Piancastagnaio. The Garrison Consolidates, the Horizon Expands
20 Febbraio 2026
L’arresto di Prince Andrew, fratello minore di King Charles III, segna una frattura simbolica che va oltre la cronaca giudiziaria. La foto segnaletica – volto teso, sguardo perso, quell’aria “shell-shocked” che molti media britannici hanno sottolineato – è destinata a diventare l’immagine definitiva di una caduta. Non più duca, non più “altezza reale”, ma un uomo sottoposto a prelievo del DNA, trattenuto per undici ore, autorizzato a una sola telefonata. Trattato, come hanno scritto alcuni tabloid, “come un comune criminale”.
Per la prima volta in epoca moderna un membro della famiglia reale viene arrestato. Non un’indiscrezione, non un’intervista maldestra come quella che travolse Andrew anni fa, ma una procedura penale formale. Le accuse si intrecciano ancora una volta con lo scandalo Jeffrey Epstein, la rete di relazioni opache, le ombre su traffici e investimenti – inclusi, secondo documenti citati dalla stampa internazionale, contatti relativi a opportunità in Afghanistan legate a oro e uranio.
“La legge deve fare il suo corso”, ha dichiarato Carlo III. Parole misurate, costituzionali, ma che suonano come una linea di demarcazione: la monarchia non proteggerà più nessuno oltre il limite della legge. E tuttavia la questione non è solo giuridica. È istituzionale. La monarchia britannica è sopravvissuta a guerre mondiali, abdizioni, divorzi, scandali. Ma oggi il problema non è la tempesta: è l’erosione lenta della fiducia.
Andrew era già diventato un paria pubblico. Ora diventa un precedente storico. La foto segnaletica, più che l’arresto in sé, incide nell’immaginario collettivo l’idea che il privilegio possa essere rovesciato. E questo, in un’epoca di crescente sfiducia verso le élite, pesa enormemente.
Ma mentre Londra affronta la propria crisi simbolica, Washington alza il livello dello scontro globale.
Donald Trump ha lanciato il suo “Board of Peace”, un organismo alternativo alle Nazioni Unite, promettendo 7 miliardi di dollari in aiuti umanitari a Gaza. Un gesto che mescola diplomazia parallela e affermazione di potenza. Con un martelletto d’oro e un linguaggio che oscilla tra minaccia e negoziato, Trump ha delineato quella che molti analisti definiscono una forma embrionale di “Trump World Order”.
Parallelamente, la Casa Bianca valuta opzioni militari contro l’Iran: attacchi mirati, pressione per un nuovo accordo sul nucleare, persino – secondo alcune fonti – l’ipotesi estrema di destabilizzazione del regime. Trump afferma di preferire ancora la via diplomatica, ma rifiuta di chiarire perché un eventuale intervento sarebbe necessario ora. La strategia resta ambigua: mostrare forza per negoziare o negoziare mentre si prepara la forza?
In Medio Oriente, ogni mossa è moltiplicata dal rischio. Un attacco “limitato” potrebbe innescare una risposta regionale. Un’escalation mal calcolata avrebbe conseguenze globali sui mercati energetici e sugli equilibri geopolitici.
Intanto, in Asia orientale, un altro fronte istituzionale si incrina. In Corea del Sud l’ex presidente Yoon Suk Yeol è stato condannato all’ergastolo per aver guidato un’insurrezione. Un verdetto che ribadisce la forza dello Stato di diritto in un sistema democratico, ma che segnala anche una polarizzazione estrema. Al Nord, il regime di Kim Jong Un convoca un raro conclave del partito per fissare gli obiettivi dei prossimi cinque anni, in un contesto di tensione militare permanente.
Tre scenari, un unico filo: la crisi della legittimità.
In Gran Bretagna, la legittimità dinastica viene messa alla prova dall’uguaglianza davanti alla legge. Negli Stati Uniti, la legittimità dell’ordine internazionale viene sfidata da una leadership che combina unilateralismo e retorica pacificatrice. In Corea, la legittimità politica si gioca tra repressione e condanna giudiziaria.
Il punto non è soltanto cosa accade, ma come verrà ricordato. L’immagine di Andrew sudato sotto le luci fredde di una stazione di polizia resterà. Così come resterà il martelletto dorato di Trump e la sentenza che chiude l’era Yoon.
Viviamo un tempo in cui le istituzioni non crollano improvvisamente: si incrinano visibilmente. E ogni incrinatura diventa simbolo. La monarchia britannica dovrà dimostrare di essere più forte dell’errore di un suo membro. Gli Stati Uniti dovranno dimostrare che la forza non sostituisce la legittimità multilaterale. Le democrazie asiatiche dovranno dimostrare che la giustizia non è vendetta politica.
Non è solo una sequenza di notizie. È una mappa delle fragilità contemporanee. E ogni fotografia – segnaletica o diplomatica – racconta qualcosa del nostro tempo: l’illusione del potere e la sua inevitabile esposizione.





