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La lista per il nuovo consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena non è un semplice adempimento statutario. È un passaggio che segna una fase. E chi conosce la storia di questa banca sa che ogni fase è sempre stata anche una scelta di campo.
Dopo anni di crisi, ricapitalizzazioni pubbliche, vigilanza stringente e perdita di centralità, oggi Mps prova a rientrare nel gioco grande. Non più banca da salvare, ma banca che si candida a essere protagonista di un riassetto. Il progetto di integrazione con Mediobanca va letto dentro questa prospettiva.
I nomi che emergono nella lista sono indicativi. Non sono figure espressione di equilibri locali. Sono profili di sistema. La presenza di personalità come Corrado Passera, con un passato al vertice di Intesa e un ruolo da protagonista nel credito italiano, o di Fabrizio Palermo, manager cresciuto tra Cdp e grandi partecipate pubbliche, racconta una scelta chiara: costruire un consiglio con esperienza bancaria e industriale di alto livello, in linea con le richieste della Banca Centrale Europea.
Non è solo una questione di requisiti tecnici. È un messaggio politico e finanziario insieme. Mps vuole essere percepita come banca stabilizzata, affidabile, pronta a operazioni complesse. Vuole tornare credibile agli occhi dei mercati e delle istituzioni europee.
Il punto centrale, però, è un altro. Entrare in una partita che coinvolge Mediobanca significa sedersi nel cuore del capitalismo italiano. Mediobanca non è una banca come le altre: è uno snodo storico di partecipazioni, assicurazioni, governance trasversali. Se Mps riuscirà a giocare questa carta, non sarà più solo la banca risanata dallo Stato, ma un attore dentro un possibile nuovo equilibrio finanziario nazionale.
In questo scenario il ruolo del governo, pur non dichiarato, è evidente. Mps è ancora partecipata dal Tesoro. Ogni scelta di governance è anche una scelta sull’assetto futuro del credito italiano. Consolidamento? Polo nazionale? Nuovi equilibri tra i grandi gruppi? È una partita che supera il perimetro locale.
Ed è qui che il discorso torna al territorio.
Mps oggi non è più la banca del territorio nel senso che lo è stata per oltre un secolo. La nuova lista lo conferma: il baricentro non è territoriale, è sistemico. I nomi in campo non rappresentano comunità locali, ma una rete di competenze e relazioni nazionali ed europee.
Dobbiamo dircelo con chiarezza, senza nostalgie. Il tempo della banca municipale è finito da anni. Continuare a pensare Mps come un prolungamento identitario rischia di essere un errore di prospettiva.
La domanda vera è un’altra: una banca forte, anche se non più “territoriale”, può essere ancora un fattore di stabilità e di opportunità per il territorio? Io credo di sì. Ma a una condizione: che il territorio smetta di vivere di riflesso e torni a costruire un proprio progetto autonomo.
Se Mps tornerà protagonista nel sistema finanziario italiano, sarà una buona notizia. Ma non basterà a risolvere il vuoto strutturale che molte realtà locali attraversano da anni. Quel vuoto non si colma con un consiglio di amministrazione, per quanto autorevole. Si colma con una visione, con investimenti in formazione, innovazione, cultura, con una strategia capace di legare il locale al globale.
La nuova governance di Mps segna una discontinuità rispetto al passato recente. È un segnale di ambizione. Sta ora alla banca dimostrare che non si tratta solo di un riassetto di nomi, ma di una vera strategia industriale.
E sta al territorio decidere se restare spettatore o tornare, con strumenti nuovi, a essere protagonista del proprio futuro.
Pierluigi Piccini





