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21 Febbraio 2026Lavoro Con la scusa della «semplificazione», l’associazione datoriale BusinessEurope lancia un’offensiva per invertire la rotta dei diritti
Con la scusa della «semplificazione», l’associazione datoriale BusinessEurope lancia un’offensiva per invertire la rotta dei diritti. Sfrutta l’onda globale del modello tech-populista per imporre un sistema a trazione padronale, privo di trasparenza e di reali tutele.
L’Europa deve scegliere è non è una questione tecnica, si tratta di rimanere cittadini anche sul lavoro o diventare sudditi di un neofeudalesimo aziendale.
La proposta delle imprese non arriva per caso. Mentre a Bruxelles si discute di un Quality Jobs Act per migliorare, tiepidamente, la qualità dell’occupazione, la lobby aziendale gioca in attacco. Non solo per frenare ma per tornare indietro, smantellando conquiste come la trasparenza retributiva e la protezione dal management algoritmico. La strategia è chiara: passare all’incasso approfittando dell’asse tra i Ceo più reazionari della Silicon Valley e le destre europee, con le istituzioni Ue che sembrano aver smarrito la bussola del «modello sociale» e subiscono passivamente l’agenda dell’efficienza a ogni costo.
«Semplificazione» è un leitmotiv che non si fonda su alcuna prova di un reale eccesso regolatorio europeo, ma mira a nascondere un’erosione sistematica dei diritti. L’obiettivo dichiarato è un «Omnibus del mercato del lavoro» che tagli gli oneri normativi del 25%, puntando a smantellare qualsiasi avanzamento compiuto in anni recenti.
Uno dei punti più critici è il tentativo di bloccare la Direttiva sulla trasparenza retributiva. Si chiede uno Stop the Clock: un rinvio di due anni della trasposizione per inserire una «presunzione di conformità» che esime le imprese che applicano contratti collettivi dai controlli. È un modo per restituire mano libera alle aziende, riportando al segreto e all’arbitrio ciò che la norma europea aveva appena iniziato a scalfire: il diritto di sapere se si è pagati equamente.
L’attacco prosegue sul terreno della sorveglianza tecnologica. BusinessEurope preme per svuotare la Direttiva sul lavoro tramite piattaforma, restringendo le tutele solo ai sistemi che prendono decisioni «pienamente» automatizzate e definendo tutti gli altri semplici «supporti» alla decisione umana. È un’ipocrisia tecnica: in un contesto gerarchico, il «suggerimento» di un software può avere la forza di un comando vincolante, come confermano le prime sentenze della Corte di Giustizia Ue. Escludere queste pratiche dalla regolamentazione significa consegnare il lavoratore a una soggezione invisibile. In questo quadro si inserisce anche il tentativo di allentare i vincoli alla sorveglianza degli stati psicologici dei lavoratori su piattaforma, trattando la loro interiorità come un dato da ottimizzare.
La direzione indicata è evidentemente quella del mercato del lavoro statunitense: poteri datoriali quasi illimitati e lavoratori ridotti a fattori di produzione. La differenza fondamentale con gli Usa è sempre stata anche quel sistema di regole che garantisce che in Europa si rimanga «cittadini» dotati di diritti fondamentali anche quando si varca l’ingresso dell’azienda.
Con questo documento, BusinessEurope vuole abbattere il confine, puntando a un modello di orari infiniti e non misurati, chiedendo di estendere il calcolo della media oraria a dodici mesi. Calata da Bruxelles, questa misura segnerebbe la fine del diritto al riposo come lo abbiamo conosciuto: significa poter imporre picchi di lavoro massacranti per settimane, compensandoli magari mesi dopo, distruggendo ogni possibilità di conciliazione tra vita e lavoro.
Non si tratta di un’operazione tecnica di efficientamento, ma di una scelta di campo geopolitica che strizza l’occhio ai nuovi padroni del vapore tecnologico e alla loro visione autoritaria dell’innovazione. Significherebbe rinunciare all’identità stessa del progetto europeo di «economia sociale di mercato». Non basta respingere la proposta di BusinessEurope, il Quality Jobs Act va rafforzato per diventare la risposta politica a chi vuole trasformare l’Europa in una colonia del capitale tech, dove l’unico miraggio è l’efficienza misurata da un algoritmo e dove la trasparenza è considerata un lusso che le imprese non possono più permettersi.





