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22 Febbraio 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
NUOVO CINEMA MANCUSO
Totoattori per James Bond
Tutti dicono James Bond. Anche se il nome del nuovo Bond – dopo Sean Connery, David Niven, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton, Pierce Brosnan e Daniel Craig – non è ancora deciso. C’è però un regista, il Denis Villeneuve di “Dune”. E anche uno sceneggiatore: Steven Knight della serie “Peaky Blinders” e di un film-capolavoro intitolato “Locke”, chi lo ha visto ricorda una gigantesca colata di cemento e la meraviglia dei dialoghi, per attore e segreterie telefoniche.
Daniel Craig, designato nel 2005, ha girato cinque Bond film. E dire che – quando il suo nome cominciava a essere sussurrato – era considerato troppo brutto, per via delle orecchie a sventola, e poco muscoloso (gente che un film suo mica lo aveva visto bene). Ora che ha smesso con l’agente 007 si è fatto crescere i capelli sale e pepe, e una bella barba con pizzetto, per reazione. Il dettaglio delle orecchie conduce a uno dei più chiacchierati per ereditare il ruolo: Callum Turner ha padiglioni auricolari notevoli per dimensione, e un tantino a punta. Lo abbiamo visto in “Masters of the Air”.
La scelta tocca a Barbara Broccoli e al fratellastro Michael G. Wilson, che si occupano della delicata faccenda dagli anni 90. Con Amazon MGM Studios hanno stipulato un accordo che garantisce loro il “controllo creativo totale”. “The Scotsman” ha fatto una lista dei 10 papabili, con le probabilità se vi va di scommettere.
Collum Turner è dato uno a 4, paga quattro volte la posta. 5 a 2 è la quotazione di Jacob Elordi, Heathcliff in “Cime Tempestose” di Emerald Fennell: sarebbe il secondo James Bond australiano dopo George Lazenby. Seguiamo l’ordine con cui i giovanotti vengono presentati sul sito, le quotazioni si fanno complicate. Al terzo posto c’è Aaron Taylor-Johnson, in “Anna Karenina” di John Wright era il conte Vronsky accanto a Keira Knightley. Quarto arriva Henry Cavill, che era già stato “Superman”.
Al sesto posto troviamo Tom Hiddleston. Al sesto, Theo James che era in “White Lotus” e nella serie “The Gentlemen”, showrunner Guy Ritchie. Al settimo c’è Anthony Boyle, sarebbe il primo attore irlandese del nord a ottenere il ruolo. E qui entriamo nella celebrità Netflix: è stato Arthur Guinness nella miniserie “House of Guinness”, scritta da Steven Knight che dovrebbe scrivere Bond.
Nelle ultime posizioni c’è Harry Dickinson, il seduttore di Nicole Kidman in “Baby Girl”. Seguito da Jack Lowden che era nella serie “Slow Horses” (le spie che hanno fallito, e devono espiare in uno scantinato-ufficio sotto Gary Oldman): è scozzese come Sean Connery. Chiude la lista James Norton: il padre che in “Nowhere Special” di Uberto Pasolini fa un casting ai genitori adottivi per il figlio piccolo. Lui sta per morire.
RENTAL FAMILY – NELLE VITE DEGLI ALTRI
di Hikari, con Brendan Fraser, Takehiro Hira, Mari Yamamoto
Nel
1996 lo spagnolo Fernando Léon de Aranoa – al primo film, lo ricordiamo meglio per “Il capo perfetto” con Javier Bardem, anno 2021 – si fece notare con “Familia”. (Da non confondere con il film di Francesco Costabile che ha quasi lo stesso titolo, ma racconta un’altra storia). L’idea era originale e funzionava. Un uomo sulla mezza età festeggia il compleanno circondato dai suoi cari. Solo che i suoi cari non sono i suoi cari: è una compagnia teatrale scritturata per l’occasione. Il festeggiamento comincia a guastarsi quando tra i regali scarta una pipa, regalo fuori luogo per chi non fuma. Furioso, si scaglia contro l’attore che ha la parte del figlio, colpevole di non aver fatto bene il suo lavoro (lo spettatore ancora non sa che il figlio è fasullo). “Rental Family” è una variazione sul tema, ambientata in Giappone. Molto ingrassato dai tempi della “Mummia” e di “Gods and Monsters” diretto da Bill Condon – nonché reduce dal disastroso, e sedicente sofisticato “The Whale” – Brendan Fraser è un attore americano in Giappone. Riconosciuto dai passanti per la pubblicità di un dentifricio, ora disoccupato. Al massimo fa la comparsa, vestito da tronco d’albero con uccellino sul ramo. Disperato, si rivolge alla “Rental Family”, una ditta che noleggia familiari. Per esempio, alle ragazze lesbiche che fingono un matrimonio per rassicurare i genitori. “Vendiamo emozioni”, dice il capo. Poi finisce che uno si affeziona.
IL FILO DEL RICATTO – DEAD MAN’S WIRE
di Gus Van Sant, con Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Al Pacino
Gus
Van Sant è tornato sulla via del racconto – intendiamo: il racconto ben costruito e sceneggiato, dopo esperimenti variamente riusciti. Forse l’esperienza da regista della serie “Capote vs. the Swans” lo ha convinto a riprovarci. Torna così alla bravura dimostrata in “Da morire” – con Nicole Kidman decisa a tutto pur di andare in tv, a leggere le previsioni del tempo. “Dead Man’s Wire” viene da una storia vera del 1977: un mutuo generoso, a un cliente in difficoltà. Nessuno vuole costruire un centro commerciale sul terreno che ha comprato, e la banca non concede proroghe. Il delirio paranoico suggerisce al giovanotto un piano criminale ai suoi danni, congegnato dal figlio del presidente della banca. Avrebbe rifiutato la proroga per impadronirsi del terreno, che fa gola a molti. Il titolo originale – “Dead Man’s Wire” – si riferisce a una tortura micidiale. Un cappio in fil di ferro lega il collo dell’ostaggio al grilletto dell’arma, divincolarsi è impossibile. A imbracciare l’arma è Tony Kiritsis, il cliente che sostiene di essere stato truffato. L’attore è Bill Skarsgård, terzo componente della famiglia che in questo momento domina gli schermi. Il padre e capofamiglia Stellan Skarsgård è in “Sentimental value”. Il fratello maggiore Alexander brilla in “Pillion – Amore senza freni” di Harry Lighton, ma a giudicare dagli incassi pochi lo stanno andando a vedere. Colpa del titolo da fotoromanzo, probabilmente.
SCARLET
di Mamoru Hosoda, voci originali di Mana Ashida, Masaki Okada, Tokio Emoto
Il
regista Mamoru Hosoda è di assoluto culto, anche se i giudizi su questo “Scarlet” non sono né generosi né concordano tra loro. Chi scrive “Hosoda non è al suo massimo”. Chi fa notare: “La seconda metà è confusa e sfilacciata”. Questo dicono gli appassionati di cinema nipponico. Avete presente “Amleto” di Shakespeare? Il magnifico testo teatrale che secondo Chloé Zhao deve tutto alla morte del figlio che consentì a William di diventare il genio che conosciamo? Una sciocchezza che dimostra pochissima familiarità con il funzionamento della letteratura (protestate per favore con la regista avviata verso l’Oscar, il 15 marzo). Ma torniamo al film “Scarlet”. Una variazione su Amleto, a dispetto del titolo. Categoria “genderbender”, buona per tutte le riscritture che fanno diventare i maschi femmine, e viceversa. Ora Amleto è una fanciulla, che si chiama Scarlet e vive nella Danimarca del XVI secolo. Lo zio Claudio le ha ucciso il padre per usurparne il trono. Anche lei all’inizio è morta, con un abito lungo a fiori più adatto a Ofelia. Si trova nell’Altro Mondo – “un luogo oltre il tempo e tra la vita e la morte”, dicono le istruzioni date ai neofiti per orientarsi – tra decine e decine di mani che la ghermiscono. Morta, ma ancora abbastanza energica per voler mettere le cose a posto. Morto anche il paramedico che l’aiuta, tra paesaggi prima deserti e poi minacciosi. Il guaio vero è quando si disintegrano in un mucchio di foglie.
LA GIOIA
di Nicolangelo Gelormini, con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella
Scusate
il ritardo (è uscito la scorsa settimana). Tanti anni di mestiere inducono a non fidarsi di nessuno. I film bisogna vederli, e non sempre c’è tempo. Chiedo perdono al regista Nicolangelo Gelormini, questa è la sua opera seconda; la prima era “Fortuna”, anno 2020, protagonista una ragazzina ammutolita dopo un trauma. Viene da un fattaccio di cronaca nera già portato in teatro da Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori, con il titolo “Se non sporca il mio pavimento” (ha vinto il premio Solinas di sceneggiatura). Valeria Golino, imbruttita e con gli occhiali, è Gioia, professoressa di francese (purtroppo rimane la voce sexy, a richiedere un sovrappiù di sforzo da parte dello spettatore che ci deve credere). Siamo a Torino, vedremo anche la pista di collaudo sul tetto del Lingotto, e almeno una celebre pasticceria. Jasmine Trinca è la madre di un giovanotto ripetente, che quasi subito si tinge i capelli di biondo. E assieme all’amante della madre, parrucchiere, ogni tanto partecipa a festini e ammucchiate, dietro compenso. L’attore è Saul Nanni, bravissimo nell’occhiata languida da seduttore incallito. Gioia non è tanto pratica, nessuno l’ha mai guardata così. E quando il moroso favoleggia di un nido d’amore a Montecarlo ritira dalla banca tutto quel che ha. Duecentomila euro, da mettere in una scatola regalo con il fiocco. Nel film è Natale, lo spettatore finalmente gode di una storia nera, e un cast perfetto.





