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Il dibattito sul boicottaggio culturale divide oggi il mondo dell’arte. Da un lato, c’è chi, come il direttore d’orchestra Omer Meir Wellber, considera questa pratica una negazione della libertà creativa. Dall’altro, attori e registi come Claudio Santamaria chiedono un impegno chiaro delle istituzioni culturali contro la tragedia che colpisce Gaza.
Wellber, nato a Be’er Sheva e ormai legato anche all’Italia, rifiuta l’idea che un artista debba essere escluso a causa del contesto politico del suo Paese. «Il boicottaggio è contrario alla natura stessa dell’arte», afferma. A sostegno cita la storia: Picasso non fu mai emarginato nonostante il regime di Franco, e persino l’opera di Leni Riefenstahl, legata al nazismo, continua a essere studiata per il suo valore formale. Per Wellber, ridurre l’arte a slogan o a prese di posizione immediate significa privarla della sua forza. L’unica risposta autentica, sostiene, è creare: scrivere, comporre, dirigere, dare forma simbolica alle domande del presente.
Da questa visione nascono proposte concrete: festival che mettano in dialogo cineasti israeliani, palestinesi, russi e ucraini su un tema comune, o iniziative a Tel Aviv dedicate al cinema iraniano. Per lui la via non è l’esclusione, ma la conoscenza reciproca. E mette in guardia dal rischio di rievocare antiche pratiche di censura, come i roghi di libri del Novecento.
Claudio Santamaria, invece, guarda alla realtà di Gaza e conclude che la neutralità non è più possibile. Tra i firmatari dell’appello Venice4Palestine, sottolinea che non si tratta di un conflitto tra eserciti, ma di una violenza sproporzionata contro civili inermi. «È giusto che gli artisti usino la propria visibilità per mantenere viva la coscienza collettiva», afferma, denunciando il rischio che la società si abitui alla violenza quotidiana. Per questo chiede che alla Mostra del Cinema di Venezia non trovino spazio figure che hanno sostenuto apertamente l’azione militare israeliana. Non è una discriminazione verso gli israeliani in quanto tali, chiarisce, ma una presa di distanza da chi legittima quella che definisce “un genocidio”.
Santamaria invita il mondo della cultura a non essere impermeabile a questa tragedia e sostiene iniziative civili come la Global Sumud Flotilla, una spedizione pacifica di aiuti per Gaza. L’arte, per lui, deve diventare testimonianza e resistenza, capace di trasformare la sensibilità pubblica.
Due posizioni, dunque, profondamente diverse ma accomunate da un punto: riconoscere che l’arte non è neutra. Per Wellber essa deve restare un atto di libertà e simbolo universale. Per Santamaria deve tradursi in un impegno concreto davanti a una crisi che mette in discussione l’umanità stessa. In questa tensione si gioca oggi il significato dell’essere artisti in tempi di conflitto.