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C’è un’Italia che non fa notizia, lontana dalle autostrade e dai centri direzionali, fatta di montagne, vallate e borghi che lentamente si svuotano. Sono comunità che hanno retto per secoli custodendo paesaggi, tradizioni e memoria collettiva, ma che oggi rischiano di essere archiviate come “zone marginali”.
Chi vive in questi luoghi non chiede privilegi, chiede di non essere trattato come un residuo. Perché le aree interne non sono un pezzo di passato da incorniciare: sono un frammento di futuro che l’Italia non ha ancora avuto il coraggio di immaginare.
Negli ultimi giorni, un appello corale ha riportato l’attenzione su questa ferita aperta: la voce della Chiesa, unita a quella di associazioni e realtà locali, ha denunciato la logica di chi considera lo spopolamento inevitabile. Una resa che diventa complicità. Ma il vero problema non è solo l’abbandono materiale: è il vuoto di idee, l’incapacità di immaginare soluzioni diverse dal declino.
Eppure, le strade ci sono. Si chiamano sanità diffusa, istruzione accessibile, trasporti dignitosi e connessioni digitali veloci. Si chiamano nuovi modelli di lavoro a distanza, innovazione agricola, turismo rispettoso dei luoghi, rigenerazione dei borghi storici. Politiche ordinarie, non straordinarie: perché la normalità, in questi territori, è già diventata un lusso.
Il governo ha promesso più attenzione, ampliando i programmi e coinvolgendo un numero crescente di Comuni. È un passo avanti, ma rischia di restare un segnale se non verrà accompagnato da una visione chiara e da investimenti duraturi. Non bastano correzioni burocratiche o numeri allargati, serve un disegno politico che restituisca dignità e prospettive.
La posta in gioco non riguarda solo chi vive a mille metri di quota o in una valle sperduta. Riguarda l’intero Paese. Perché se si svuotano le aree interne, si perde un patrimonio di relazioni, di cultura e di natura che nessuna metropoli potrà mai compensare.
O l’Italia trova il coraggio di rimettere al centro queste comunità, o accetta di diventare un Paese dimezzato: brillante sulle coste e nelle grandi città, ma fragile e desertificato nel suo cuore.
E allora sì, la vera sfida è proprio questa: trasformare i luoghi considerati fragili in luoghi decisivi, non per nostalgia, ma per necessità. Perché il futuro non abita solo nei grattacieli, ma anche in quelle case di pietra che ancora resistono al silenzio.