Nato a Zagabria formatosi nei club e nell’ambiente punk Igor Hofbauer fonde la lezione dei maestri sovietici come Rodchenko con la cultura pop
di
Valerio Bindi
Hof lo chiamano gli amici. Un po’ come Paz stava per Andrea Pazienza. Anche Hof è una rockstar. Disegna escrive fumetti, suona la batteria, ma la notorietà di Igor Hofbauer è legata al mondo della musica, dei poster e delle copertine. Ne ha fatte centinaia, per band emergenti e per gli show del club Mo?vara di Zagabria. Il suo stile iconico è legato alle grafiche delle avanguardie costruttiviste, al pulp, al surreale, tutto in chiave pop. Il suo ultimo libro,Doberman, è stato pubblicato in origine dall’associazione Urk e dal club Mo?vara ed è in corso di pubblicazione in Italia. Quest’anno è stato presentato in un intenso tour di mostre che ha coinvolto diversi festival dedicati a fumetto e cultura underground: Baba Jaga Fest, Ca.Co, UE’ Fest e infine Crack!, di cui è ospite fisso da anni grazie alla collaborazione con Tabularasa edizioni e la galleria Teké di Carrara.
Perché “Doberman”?
«Una ragazza a Belgrado ha detto una volta a un suo amico che io ero carino come un cane dobermann, e mi sono sempre chiesto cosa volesse dire, se fosse un qualche genere di complimento o no. Ma era un bel nome per questa band inventata che gira per le città europee e scopre musica che non ha mai sentito, o non viene pagata se non con pessimo cibo. Sono teneri e naïf anche quando si danno un tono rude».
Parlare di fumetto con te è parlare di architettura.
«Come quella del costruttivista russo Jakov Chernikhov. Vivo a Novi Zagreb, costruita sul modello di Novi Beograd, ma in scala più piccola. Da ragazzo quando andavo in centro mi sembrava di essere a New York. A 14 anni mi iscrissi in Accademia. In realtà non pensavo proprio di andarea scuola, ma di vagabondare per parchi o in città con i punk che erano in giro. E nei club, ad ascoltare musica. Vedevo uno spazio aperto senza confini. Ora quando ci torno vedo una piccola città austro-ungarica. Non riesco a credere sia la stessa, le case mi sembrano così piccole adesso».
Il senso della doppia scala delle cose genera lo straniamento.
«Quando progetto l’ambiente dove si svolgono le mie storie lo penso come se stessi giocando con i mattoncini Lego. Immagino diversi livelli: non solo io ma gli stessi personaggicostruiscono il plastico dell’ambiente. Ma è un falso, si tratta di facciate, come un villaggio Potëmkin di case finte. Il terzo livello lo aggiunge il lettore che attraversa questo spazio e aggiunge la propria immaginazione, secondo la sua esperienza. Per esempio aggiungendo l’alienazione che si vive in posti come Novi Zagreb, dove sono cresciuto».
C’è una pagina dove il personaggio cammina sugli spazi bianchi come su un plastico.
«Sì, è uno di questi fuoriscala. Tutti conoscono quei luoghi chefrequentano i giovani e gli artisti.
Questa pagina è una specie di brochure per ilnightclubbing, e il personaggio fuori scala è un utente tipo di questi spazi: fuma, beve e mangia noccioline. È una compressione narrativa che applico alle mie memorie della vita da club, cose che mi sono familiari».
C’è molta ironia nelle tue pagine.
«Ironia e affetto, anche verso le sottoculture urbane. Per me sono come le pagine dei fumetti nei vecchi giornali, solo sono più perverse e morbose. Bisogna anche scherzare su tutti quei teschi e quei nomi dall’ariamolto pericolosa che si danno le band heavy metal. Ma anche su cose che ho vissuto, come quando il batterista deve rimanere sul furgone per controllare che non gli rubino gli strumenti. O come i punk che entrano nel club solo quando si sono ubriacati per ore fuori. Ci sono tanti altri personaggi e momenti tipici, e li disegno come li ricordo».
Il tuo lavoro è ispirato molto ai manifesti di propaganda.
«I manifesti sono una narrazione semantica riferita a oggetti che le persone conoscono. Le motivazioni in Russia e in America erano diverse.Per i sovietici lo scopo era portare attraverso le immagini il potere al popolo, comunicare l’attivismo. Per Rodchenko era così. In America i manifesti nascono per ragioni commerciali. Io uso i modelli di Rodchenko per raccontare eventi di avanguardia. Un metodo di riduzione delle immagini: riporto questi eventi allo stesso ambiente culturale dei loro equivalenti dadaisti o costruttivisti. Metto quei concetti in un contesto culturale pop».
Un mix di pop e immagini con funzione iconica.
«La memoria collettiva per me è unascorciatoia per raccontare. Il fuoco, per esempio, è un elemento visivo atavico, e anche le immagini animali che rimandano al volto umano, come nel caso dei gorilla: sono visioni che attraggono l’attenzione».
C’è anche la guerra sullo sfondo.
«Quello che faccio rientra nei temi dell’horror: il terrore della guerra imminente, il collasso dello stato sociale e la degradazione del tessuto della società. Nel crollo della Jugoslavia ho visto come fosse banale uccidere, per chi lo faceva era solo come in un cartone animato».