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Nella notte la Russia ha lanciato uno degli attacchi più pesanti dall’inizio del conflitto: quasi seicento droni e oltre trenta missili, compresi quelli ipersonici, hanno devastato Kiev. Il bilancio è drammatico: vittime tra cui bambini, decine di feriti, interi quartieri senza luce, acqua e gas. Case, strade e infrastrutture civili hanno subito danni ingenti. Dal Cremlino è arrivata una conferma secca: l’offensiva non si fermerà finché l’Ucraina non si arrenderà. Nessun riferimento a possibili negoziati, solo la volontà di continuare a colpire.
Il presidente Zelensky ha reagito con durezza, accusando la Russia di aver cancellato ogni possibilità di dialogo e chiedendo nuove sanzioni. Secondo lui Mosca ha scelto i missili al posto del tavolo delle trattative. Le cancellerie europee e britanniche hanno condannato l’attacco, definendolo un tentativo di sabotare ogni prospettiva di pace. Dagli Stati Uniti sono arrivati nuovi impegni militari a favore di Kiev, ma non una condanna esplicita, segno di una posizione ancora incerta che pesa sugli equilibri internazionali.
Questo attacco non è un episodio isolato, ma un segnale chiaro che la guerra proseguirà. La diplomazia resta ferma, e finché non arriveranno decisioni più nette da parte della comunità internazionale, e soprattutto da Washington, il conflitto resterà dominato dalla logica delle armi.