
Derrida corpo a corpo con Heidegger: la genesi di una decostruzione
31 Gennaio 2026
Precisazioni sulla viabilità di strada Fiume e sull’accesso all’ospedale
31 Gennaio 2026
“Vide Roma crollare e la sua calma può aiutarci di fronte al declino occidentale”. Parla la filosofa Chantal Delsol
di Giulio Meotti
La visita di Peter Thiel sotto la cupola del Quai de Conti, nel cuore di Parigi, è rimasta segreta fino all’ultimo. Anche il suo pranzo con Jean-Noël Barrot non era all’ordine del giorno del ministero degli Esteri. Thiel ha parlato a porte chiuse davanti a un gruppo di membri dell’Accademia delle scienze morali e politiche, riuniti per discutere “del futuro della democrazia”. Il miliardario americano, fondatore di PayPal e di Palantir Technologies, è stato allievo di René Girard a Stanford alla fine degli anni Novanta. Conosce la Francia e Thiel è legato anche ad alcuni suoi intellettuali, come Pierre Manent, erede di Raymond Aron e, come Thiel, studioso di Leo Strauss. E’ stata la filosofa Chantal Delsol a invitare Thiel a parlare all’Accademia di scienze morali e politiche, la “cupola” della cultura francese. E se Sant’Agostino e la sua “Città di Dio” potessero aiutare a comprendere il nostro confuso mondo contemporaneo? Il filosofo e teologo vide il suo mondo crollare sotto la pressione dei Vandali. Era il V secolo. Possiamo vedere una certa analogia con il XXI secolo, secolo in profonda trasformazione, e in particolare con la crisi che l’occidente sta attraversando. Questa è la tesi del nuovo saggio di Delsol dal titolo suggestivo: “La tragedia delle migrazioni e la caduta degli imperi: Sant’Agostino e noi ” (Odile Jacob). In un recente discorso, anche Papa Leone XIV ha evidenziato somiglianze tra la nostra epoca e quella di Agostino. “Da quando ci sentiamo in declino, l’esempio dell’Impero Romano è per noi una sorta di paradigma della decadenza” dice al Foglio Delsol, la più nota pensatrice francese cattolica, che ha anche fondato l’Istituto Hannah Arendt nel 1993. “Molti libri sono stati scritti sull’argomento e gli autori della decadenza, da Oswald Spengler fino, per esempio, a Julien Freund, hanno meditato su questo paradigma. Perché? Perché l’Impero Romano assomigliava molto all’impero occidentale che è stato il nostro fino a oggi: un dominio del mondo intero (all’epoca, il bacino del Mediterraneo) che si pensava eterno. In altre parole, un dominio totale (o che pretendeva di esserlo) nel tempo e nello spazio. Ciò che ci insegna il crollo di Roma è questo: anche gli imperi ‘eterni’ hanno una fine, anche gli imperi senza limiti spaziali vengono un giorno erosi poco a poco o crollano come castelli di carte. Conoscere la storia della morte degli altri è una buona scuola per meditare sulla propria. E anzitutto per sapere di essere mortali. Ricordate: quando Paul Valéry, un secolo fa, scrisse che le civiltà sono mortali, fece scorrere molto inchiostro. Ci si crede sempre immortali. O, se preferite: sappiamo di essere mortali, ma non ci crediamo davvero. Lo sguardo sull’Impero Romano è per noi una rivelazione”. Molti i punti in comune tra il loro declino e il nostro. “Toynbee aveva elencato diversi fattori del declino di una civiltà, ma alla fine si ricade sempre sugli stessi. Quando si tratta di una potenza, ‘mondiale’, come nel nostro caso e in quello dei Romani, c’è una sorta di stanchezza e di esaurimento nella grandezza. Forse un esaurimento nel benessere e nella mollezza, forse uno sfinimento dell’azione e della grandezza, la sindrome dell’hybris, persino una colpa di fronte alla propria hybris. In breve, non si può essere sempre i primi, i migliori, i più forti, il modello. Alla fine, compaiono scricchiolii nella macchina, un ‘a che serve?’ che cresce, si abbassa la guardia e allora riemergono tutte le umiliazioni inflitte: i popoli sottomessi rialzano la testa e si impadroniscono del potere, è la storia dello schiavo di Hegel!”. Sant’Agostino, dicevamo. “Di origine punica, oggi nordafricana, Agostino era un prodotto puro dell’educazione latina, sia nella lingua che nella cultura, in altre parole, un figlio legittimo dell’antico impero. La sua vita è complessa: una giovinezza libertina, una madre violenta (almeno dal mio punto di vista), un desiderio spirituale totalizzante e un amore incrollabile per la letteratura. Nonostante questa costante sete di conoscenza, amicizia e profondità, appare sereno e impassibile di fronte al destino della sua epoca: sconfitta e rovina. Questa serenità mi sembra invidiabile. Vivendo in una situazione simile, potremmo prenderne atto. Agostino era pienamente consapevole della situazione e non cercava né di minimizzarla né di credere che se ne
sarebbe usciti bene. Era allo stesso tempo un testimone e un attore di fronte alle catastrofi. Quando nel 410 Roma fu presa da Alarico (cosa che non accadeva da secoli), molti Romani, almeno tra i più abbienti, partirono per stabilirsi nelle varie città dell’Impero, alcuni a Ippona. Si può immaginare questa situazione di disordine e riorganizzazione, e anche se Alarico lasciò rapidamente la città, tutti erano terrorizzati. E’ a partire da questo evento che Agostino comincia a scrivere ‘La Città di Dio’. E pronunciò i ‘Sermoni sulla caduta di Roma’. Egli spiega che tutto è mortale: gli esseri umani, le città e gli imperi. E’ difficile da credere per i cittadini dell’Impero: era sempre stato detto, e scritto fin da Romolo, che Roma era eterna. Agostino descrive lo stupore dei contemporanei e scrive: ‘Bisogna capirli, essi non hanno che questa patria da amare’. Resta calmo di fronte al destino mortale. Non passa il tempo, come molti dei suoi compatrioti, a indignarsi per le città assediate, i fiumi insanguinati, gli stupri e gli orrori. Rifiuta di seguire l’esempio dei profeti dell’apocalisse. Esorta a occuparsi dei problemi quotidiani: i profughi, i senzatetto, le anime perdute. In altre parole: è convinto, all’inizio del V secolo, che l’Impero non sarà salvato. Certo non è un politico, ma constata bene che i governanti sono pomposi e velleitari, incapaci di rispondere alle sfide del momento. E’ più o meno ciò che accade a noi!”. La scristianizzazione è un segno di questo declino. “Non credo. La scristianizzazione è la conseguenza del rifiuto del cattolicesimo di accettare la modernità, come conferma il fatto che il cristianesimo è in crescita nel mondo, sotto forma di protestantesimo. Si può forse pensare che il declino dell’occidente sia accelerato, ma non prodotto, dalla cultura della contrizione che è tipicamente cristiana. Più precisamente, e forse questo vi sorprenderà, penso che il cristianesimo sia andato contro se stesso legittimando, nei secoli passati, una cultura dell’impero. Certo, obbediva alla sua vocazione universale, quindi missionaria. Ma sono piuttosto dell’opinione di Agostino, il quale diceva che la cultura cristiana, che dà tanta importanza all’autonomia degli individui e delle collettività, si contraddiceva legittimando la colonizzazione e partecipandovi”. Questa è la caratteristica di un impero: aspira a essere immortale nel tempo e onnicomprensivo nello spazio. “L’Impero Romano voleva il mondo, e se guardiamo al mondo conosciuto all’epoca, aveva conquistato tutto. Romolo ne aveva persino predetto l’immortalità: in ogni epoca, gli scrittori romani evocarono questa immortalità con una spavalderia che tuttavia tradiva un pizzico di disagio. Ai tempi di Agostino, si parlava della morte di Roma come di una sorta di tradimento storico. Quanto a noi, l’impero coloniale e poi culturale occidentale ha conquistato il mondo. Conosce qualcuno che sia rimasto indenne dalle nostre innovazioni (emancipazione, capitalismo, tecnologia, medicina, ecc.)? E fino a poco tempo fa, le nostre élite credevano che ‘la democrazia fosse il regime della fine della storia’, il che implicava l’immortalità. La cosa più sorprendente è che sentiamo ovunque dire che stiamo assistendo alla ‘rinascita degli imperi’, mentre non abbiamo mai parlato prima del nostro impero culturale, che non abbiamo mai considerato tale. Una potenza egemonica non è consapevole della propria egemonia: trova il suo dominio così naturale che non lo vede nemmeno. Ma quando perde l’egemonia e altri cercano di dominare al suo posto, allora entra nel panico”. L’islam giocherà un ruolo in questa metamorfosi. “Vediamo stabilirsi degli inizi di califfati in Gran Bretagna e in Belgio, quando certi quartieri non obbediscono più che alle leggi musulmane. Si vede quanto facciamo fatica a impedire questa evoluzione, che assomiglia molto all’insediamento dei Goti nell’Impero Romano. Essi ottenevano lo status di federati, che permetteva loro di vivere secondo le proprie leggi. Dopo alcuni secoli di caos di cui sappiamo poco (niente più scuole, niente più libri), i regni occidentali sono nati in questo modo. Il problema dell’islam è che si tratta di una religione dominatrice e talvolta aggressiva, che cerca di prendersi una rivincita. Bisogna cercare di comprendere persone i cui antenati prossimi sono stati quasi tutti colonizzati dall’occidente. E’ impossibile che non ne rimangano umiliazioni vive e ferite aperte. Dopo un periodo in cui hanno cercato di integrarsi nei costumi occidentali, oggi ci troviamo di fronte a popolazioni che, al contrario, rivendicano la loro identità e vorrebbero imporla da noi. Sono molto sorpresa nel vedere fino a che punto questa situazione ci renda impotenti. Perché bisogna capire, per esempio, che le femministe più ardenti sono pronte a vedere imporre il burqa alle loro nipoti tra due o tre decenni. E’ straordinario pensare alla quantità di senso di colpa necessaria per permettere simili contraddizioni”. Poi c’è la demografia. Anche i Romani erano in declino, come lo siamo noi. “Qualsiasi declino è accompagnato da un declino demografico. Era vero per i Romani, che alla fine avevano pochissimi figli. Coloro che volevano aprire le porte ai ‘barbari’ sostenevano che servissero coltivatori, soldati e burocrati, e avevano ragione. I ‘barbari’ erano domestici nelle ville romane; abbiamo testi eloquenti su questo. E molti riuscivano nell’élite imperiale, dove si comportavano con fedeltà. Ma erano diventati cristiani (ariani, per la precisione), e ciò attenuava la differenza culturale. Così il deficit demografico si riduceva grazie a loro. Possiamo anche chiederci come funzionerebbero i nostri ospedali senza l’immigrazione. Ma so che questo è un dibattito. In ogni caso, è un fatto che il nostro deficit demografico apre necessariamente la porta all’immigrazione. Come chiudere la porta a un flusso di persone che vivono in paesi senza comfort, senza lavoro e senza libertà, mentre nei nostri paesi la demografia crolla?”. Si pone una questione fondamentale: l’occidente sopravviverà al declino? Si trasformerà o si inaridirà e scomparirà? “Chi lo sa?”, conclude Delsol. “Attualmente siamo in una rottura a forma di vortice che si potrebbe paragonare ai ‘quaranta ruggenti’. Non c’è più una bussola. Le reazioni interne di fronte al declino sono estremamente diverse. L’occidente è, per così dire, diviso in tre parti: all’estremo ovest, gli Stati Uniti, che sono la punta di lancia delle due Americhe; all’estremo est, la Russia, parte dell’occidente benché sia eurasiatica, perché di religione cristiana; e in mezzo, la vecchia Europa da cui tutto è cominciato. E notate una cosa: di fronte al declino e al crollo dell’Impero occidentale, le due estremità, Stati Uniti e Russia, reagiscono duramente rifiutando di lasciarsi andare, mentre la vecchia Europa accetta la propria debolezza e si batte il petto, pronta a morire. Gli Stati Uniti e la Russia, con uno slancio piuttosto simile e piuttosto brutale, accusano la vecchia Europa di decadenza con il suo postmodernismo spinto troppo oltre e militano per un ritorno al religioso. Avrete notato che, tra gli intellettuali che circondano Trump come tra quelli che circondano Putin, ritroviamo oggi il vecchio mito del katéchon, ‘colui che trattiene’, l’impero che impedisce la venuta dell’Anticristo. In altre parole, non solo l’occidente è in conflitto con il resto del mondo, ma il conflitto è feroce all’interno stesso dell’occidente, per sapere che cosa fare in questa situazione pericolosa. Troppo caos perché si possano fare pronostici”.
Come chiudere la porta a un flusso di persone
L’Impero romano come paradigma della decadenza e l’analogia con l’imperooccidentaledioggi:undominio del mondo che si pensava eterno
C’è una sorta di stanchezza e di esaurimento nella grandezza, una mollezza, persino una colpa di fronte alla propria hybris
Una potenza egemonica non è consapevole della propria egemonia, la trova naturale, ma quando la perde entra nel panico
Siamo attualmente in una rottura a forma di vortice, che si potrebbe paragonare ai “quaranta ruggenti”.
Non c’è più una bussola





