Cambiano i direttori artistici, mutano le condizioni del pianeta, si succedono gli artisti, ma ci sono cose che a Sanremo rimangono immutabili, oltre ai fiori e al frastuono mediatico: la vulgata secondo cui ci sono troppe belle canzoni per poterle ospitare tutte dentro il festival. E dunque bisogna allargare i confini dei partecipanti per ammettere il più possibile la bontà in circolazione. Quest’anno i concorrenti erano trenta, ma poi, accidenti, uno si è ritirato per guai giudiziari, novità assoluta. Capita così che, incuriositi, si passi in rassegna il reggimento di artisti in gara ed è sempre la solita metafora della montagna che partorisce il topolino. Una serie di topolini, spesso indistinguibili l’un l’altro se non per il look spesso e volentieri a rischio: molti, anzi, ricorrono a coreografie, balletti, cose che succedono sul palco, le classiche distrazioni di massa. Vedere in gara giovani e meno giovani con un determinato outfit non è detto che aiuti: anche perché con la dizione impastata da suoni e vocalità dubbie, il testo può diventare un apparato facoltativo e non il centro gravitazionale della proposta. Anche per questo, parliamo di futili motivi. E di coazione a ripetere.
Dei ventinove spiovuti sul mitico palco dell’Ariston a contendersi la vittoria finale, e il diritto a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest – altro temibile carrozzone previsto a primavera – si sono riempiti i media, fino all’ultimo blog o alla penultima radio, rincorrendo un glamour pensato anche per mascherare giudiziosamente il senso delle canzoni, la loro esposizione davanti al pubblico televisivo: che in ogni caso regolarmente premia con un botto di ascolti record. E se l’andamento generale è parso rispettare la modestia di tante stagioni recenti, attenti a non rimpiangere gli assenti: sul web è disponibile una ricca lista di bocciati, ma soprattutto sappiamo che la rinuncia di Emis Killa e della sua Demoni (no, Dostoevskij non c’entra) sono state sopportabilissime, con una vicenda di amore tossico a scomodare «i narcos di Cali, una pioggia di molotov, l’ecstasy e il mezcal, e baci che sanno di Fentanyl». Della serie, eterno dilemma, “mi si nota di più se vengo, oppure se rimango a casa?”
Sanremo è il regno inconfessato del mainstream, termine in valore assoluto anche nobile, ma che al festival assume le peggio connotazioni, ammettendo le variabili più sbilenche del famolo strano. Ecco perché le preferenze possono correre ai più morigerati, agli equilibri più saggi tra apparire ed essere. Questa edizione, prospettata come quella del ritorno dei cantautori, etichetta in sé troppo vaga per essere applaudita a priori, ha esibito un tocco ambizioso delegato alla parola: qua e là si poteva riscontrare. Sugli scudi un paio di quarantenni ben rodati, Brunori Sas e Simone Cristicchi, incalzati dal 31enne Lucio Corsi, il più singolare della pattuglia, con il suo tepore poetico, delicato, nel proporre Volevo essere un duro, in punta di piedi, le sembianze di Campanellino, dal mondo fatato di Peter Pan.
E se Brunori Sas (L’albero delle noci) appartiene abbondantemente ai mondi del già sentito – i radar captano vari De Gregori d’epoca –, va preferito a certe novità a tutti i costi, Cristicchi, che si riconosce prima dall’acconciatura che dalla voce, in Quando sarai piccola suggerisce con un impianto teatrale, autobiografico, più recitato che cantato, il dolore, la fragilità e la malattia dei vecchi, i sentimenti di buon cuore. Applausi a scena aperta, solo i cinici potranno dargli contro. A fare da ideale contrappeso, nella prima serata anche vicini di scaletta per favorire le gimcane dello show televisivo, la canzoncina più frivola e divertita grazie all’autoironia dei suoi responsabili, i Coma_Cose che nell’incipit la mettono sul problematico («Oggi mi sento una pozzanghera») per poi esplodere in un ritornello che non ci abbandonerà tanto presto: Cuoricini lo ripetono trenta volte e dato che sono una coppia fresca di matrimonio, risultano convincenti, con l’espressione complice dettata da una fresca naturalezza. Tormentone senza aromi artificiali.
L’amore tracima ad ogni strofa, nella quasi totalità dei brani, e dove non occhieggia quello affannoso, anchilosato da telenovela, prende le strade più insolite: come in Gaia che con Chiamo io chiami tu potrebbe candidarsi per uno spot presso qualche gestore telefonico, o nelle canzoni che tributano la loro palpitante affezione verso Roma, forse un segno di sensibilità per il Giubileo. Achille Lauro (Incoscienti giovani) e soprattutto Tony Effe (Damme ’na mano), ripuliti e candeggiati come per la Prima Comunione, non le mandano a dire, rammentando le anime belle di Nando Fiorini e Franco Califano, con un flebile tocco dialettale. E se Achille Lauro la butta anche sull’automobilistico (qui è una Peugeot, laddove nel 2019 aveva sfondato con Rolls Royce: i tempi sono cambiati), Tony Effe, scevro da ogni terribilismo nel suo stornello sgrana una esplicita “Non fare la stupida stasera” e poi la mamma Annarita. Lo attendono le chiavi della città.
Come in tutte le vetrine televisive si apre poi il capitolo dedicato alle ragazze e alle giovani signore che una competizione parallela l’hanno aperta con squadre di trucco & parrucco, mentre i mezzi rapper o presunti tali un po’ se ne fregano e possono agitarsi a torso nudo, con canottiere pelose a lasciare scoperti muscoli, tatuaggi, sudori generazionali.
L’eleganza di Giorgia tende ad affondare in un testo faticoso, che non scorre, mentre Marcella Bella – la veterana insieme a Massimo Ranieri, settantenni con volontà e prestanza – in Pelle diamante si butta sull’inno femminista, come se non ci fosse un domani: «Non mi fa male niente; stronza, forse, ma sorprendente, una mina vagante, sono una combattente. Fammi mille complimenti e stop, tanto i miei difetti già li so. Forte, tosta, indipendente, non mi tocca niente».
Più moderate, anche attendiste nelle esecuzioni, e poco premiate da canzoni con quella faccia un po’ così, le varie Elodie, Rose Villain, Clara, Noemi, Joan Thiele, Serena Brancale, Francesca Michielin, tutte però tirate a lucido: in qualche caso il modo di scandire la lingua rende poco intellegibile il senso e qualcuno sostiene, testi alla mano, che sia meglio così. Nel grigiore diffuso spiccano il rosso dei capelli di Noemi, personaggio tagliato su misura per il festival, qui minacciosa con Se t’innamori muori (siamo sotto san Valentino, roba da scongiuri in Eurovisione…) e Elodie che in Dimenticarsi alle 7 spiega come il tempo sia una convenzione: si alza la voce, si abbassano i livelli in una ballatona antica, fuori dal calendario, estranea alla modernità anche mezzo secolo addietro. In una manifestazione dove è tutto gigantismo, eccesso, sproposito, a cominciare dalle truppe che firmano le canzoni (ce ne sono anche con otto autori), a cantare quello che hanno scritto, senza alleati, sono soltanto Brunori Sas e i Modà, a cui però, forse, un aiutino poteva servire. Nella loro obliabilissima Non ti dimentico sfila addirittura «Un quadro di Kandinsky dove immaginarmi tutto», un frizzo di cultura che non lascerà tracce. Sono in tanti, troppi sicuramente, a mobilitarsi per La mia parola, con le famiglie del rap a raccolta, per stemperare la noia: più o meno utili, ecco Guè, Joshua e Tormento che fanno da corona a Shablo, produttore e dj ultimamente ritrovato come il prezzemolo un po’ ovunque, persino direttore artistico dell’ultima edizione de La notte della taranta, chissà se riconoscimento della sua statura musicale o di decadenza della storica manifestazione salentina.
Gli altri fortunati, baciati dalle scelte di Carlo Conti che hanno perfettamente saputo incarnare la vocazione alla medietà, si gioveranno del festival per raccogliere ingaggi e comparsate tv, ma si escluda un ingresso e ancor più una permanenza nella storia della nostra musica leggera: tra sorrisi e canzoni del caso, difficile che figurine di buona volontà come Gabbani, Irama, Rkomi, Olly, Willie Peyote, Bresh, Rocco Hunt, Kolors, l’angosciatissimo Fedez possano ambire alla gloria e tramandarsi nel futuro. L’orizzonte è piccolo, lo sguardo corto, e Sanremo 2026 è già alle porte.