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Il racconto si apre in un tribunale per l’immigrazione di San Francisco, dove le stanze un tempo saturate di udienze oggi risuonano di vuoti improvvisi. A mancare non sono solo i richiedenti asilo o gli avvocati, ma soprattutto chi dovrebbe giudicare: molti magistrati si sono dimessi, altri hanno scelto il pensionamento anticipato, altri ancora sono stati rimossi o trasferiti senza spiegazioni. Ciò che resta è un sistema che scorre a scatti, con udienze rinviate, decisioni sospese e un senso diffuso di disorientamento.
Questa fuga non è un’anomalia locale: riguarda l’intera struttura nazionale dei tribunali per l’immigrazione. Centinaia di giudici amministrativi hanno lasciato l’incarico in pochi mesi, logorati da pressioni politiche, da normative mutevoli e da un carico di lavoro divenuto insostenibile. Al loro posto arrivano profili nuovi, talvolta meno esperti, incaricati di accelerare i procedimenti di espulsione più che di valutare con attenzione i casi di protezione. Il risultato è la nascita di una sorta di “giurisdizione rapida”, calibrata più sull’efficienza punitiva che sulla garanzia del diritto.
Questo processo si inserisce in un mutamento più ampio della pubblica amministrazione, colpita da una rotazione continua di dirigenti e funzionari. Uffici lasciati a metà, competenze che si disperdono, incarichi temporanei che sostituiscono ruoli stabili: un’intera architettura istituzionale sembra vivere sotto pressione, con un ritmo imposto da logiche estranee alla continuità dello Stato. L’erosione è lenta ma costante, e non sempre visibile fino a quando non ci si trova di fronte ai suoi effetti.
Per questo il tribunale dell’immigrazione diventa un simbolo. È lo spazio dove l’instabilità amministrativa si traduce immediatamente in vite sospese. Avvocati, richiedenti asilo e personale rimasto in servizio si muovono tra norme che cambiano da un giorno all’altro, senza sapere quali strumenti saranno validi la settimana successiva. In questo clima, la speranza di chi cerca protezione si intreccia con la fragilità di un’istituzione che rischia di non essere più in grado di svolgere il proprio compito fondamentale: garantire un giudizio equo.
La crisi dei tribunali non è solo una questione burocratica. È un campanello d’allarme sulla capacità dello Stato di reggere le sue funzioni più essenziali. Dietro ogni scrivania vuota, dietro ogni udienza cancellata, si intravede un pezzo di quella promessa democratica che rischia di sgretolarsi senza clamore, nell’indifferenza del quotidiano.
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