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14 Dicembre 2025L’Albero di Natale: Una Storia di Acculturazione
di Pierluigi Piccini
Raul Manselli, storico medievista dell’Università di Roma e mio professore, sosteneva che l’albero di Natale rappresentasse un modello esemplare di acculturazione durante l’evangelizzazione della Germania e dell’Europa centro-settentrionale. La sua tesi illumina un processo culturale ben più complesso della semplice conversione religiosa.
Quando i missionari cristiani si trovarono di fronte ai culti germanici e celtici, non operarono una cancellazione brutale delle credenze preesistenti. Seguendo le indicazioni di Papa Gregorio Magno, adottarono invece una strategia di ri-semantizzazione: gli stessi luoghi sacri, gli stessi simboli, ma con nuovi significati. I boschi rimanevano sacri, gli alberi conservavano la loro dimensione numinosa, ma venivano piegati al volere del dio cristiano.
L’episodio storico dell’abbattimento della Quercia di Donar a Geismar da parte di San Bonifacio nel 723 d.C. è emblematico. La quercia, dimora del dio Thor per i pagani germanici, venne abbattuta, ma con il suo legno si costruì una cappella cristiana. Lo stesso materiale, lo stesso luogo, una nuova fede. Non distruzione, ma trasformazione.
L’abete sempreverde, venerato nei riti del solstizio d’inverno come simbolo di resistenza alla morte stagionale, non venne eliminato ma incorporato nella liturgia cristiana. La sua capacità di mantenere le foglie anche nei mesi più oscuri lo rese perfetto simbolo della vita eterna promessa da Cristo. La Chiesa non impose simboli estranei, ma reinterpretò quelli che già abitavano l’immaginario collettivo delle popolazioni da convertire.
Le prime decorazioni documentate nelle cronache di Strasburgo del XVI secolo parlavano di frutti: arance, mandarini, mele. Frutti che venivano dal Sud dell’Europa, preziosi e carichi di significato. La mela richiamava il peccato originale dell’Eden, redento dalla nascita di Cristo. I mandarini e le arance, esotici e costosi per il Nord, rappresentavano doni di valore nelle celebrazioni invernali, segni tangibili di abbondanza e speranza.
Ciò che Manselli comprese profondamente è che l’albero di Natale non è mai stato un simbolo “puro”, né pagano né cristiano. È un palimpsesto, una stratificazione di significati che mostra come la storia culturale proceda per incorporazione e negoziazione, mai per semplice sostituzione. Le quercie divennero chiese, gli abeti celebrazioni natalizie: la sacralità del bosco non fu negata, ma riconfigurata.
Questa storia ci ricorda che i simboli culturali non hanno mai un’origine univoca. Sono il risultato di processi lunghi, conflittuali, creativi, in cui le comunità negoziano il senso delle proprie pratiche attraverso le trasformazioni storiche. L’albero che addobbiamo oggi porta in sé, spesso inconsapevolmente, secoli di questo dialogo sotterraneo tra culture, fedi, immaginari che si sono contesi e intrecciati nel cuore dell’Europa.
Ricordo ancora le lezioni di Manselli a Roma: la sua capacità di far emergere, dietro ogni pratica devozionale o rituale medievale, gli strati profondi di negoziazione culturale che avevano plasmato l’Europa cristiana. L’albero di Natale era uno dei suoi esempi prediletti per mostrare come la storia non proceda mai per rotture nette, ma per continue trasformazioni di senso.





