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2 Gennaio 2026Crisi, potere e contraddizioni globali: dal rogo in Svizzera a Gaza, dall’Iran al Venezuela
L’inizio dell’anno è segnato da una sequenza di notizie che, lette insieme, restituiscono un quadro duro e frammentato del mondo contemporaneo, attraversato da crisi sociali, conflitti politici e profonde disuguaglianze.
A Crans-Montana, località sciistica svizzera simbolo di benessere e turismo d’élite, un incendio scoppiato durante i festeggiamenti di Capodanno nel bar Le Costellation ha causato almeno 47 morti e 115 feriti. Una tragedia che riapre interrogativi sulla sicurezza nei grandi eventi e sull’illusione di invulnerabilità dei luoghi simbolo dell’Europa ricca.
A Gaza, intanto, emerge un quadro sempre più contraddittorio dell’azione israeliana. Secondo diverse inchieste giornalistiche, Israele ha bloccato l’operatività di 37 organizzazioni umanitarie internazionali, salvo poi attribuirsi il merito degli aiuti forniti alla popolazione civile. Parallelamente, è consentito ai commercianti privati importare beni classificati come “a duplice uso” — come generatori o pali per tende — che restano invece vietati alle ONG. Una gestione selettiva dell’accesso umanitario che aggrava le condizioni di vita a Gaza e solleva interrogativi politici e giuridici sempre più pressanti.
In Iran le proteste contro l’inflazione continuano a diffondersi e hanno già provocato diversi morti. Le autorità riconoscono formalmente il diritto alla protesta e alla chiusura dei negozi, ma avvertono contro presunte interferenze straniere. Sociologi e osservatori sottolineano però che separare la dimensione economica da quella politica è fuorviante: il malcontento nasce da una crisi strutturale che intreccia caro vita, repressione e perdita di fiducia. Non a caso il bazar di Teheran, storicamente luogo di mobilitazione politica, è tornato a essere uno dei centri della protesta.
Negli Stati Uniti, la politica mostra segnali contrastanti. Da un lato, il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, promette di governare “con audacia” e di proteggere i più vulnerabili, richiamando una visione esplicitamente redistributiva. Dall’altro, Donald Trump annuncia il ritiro della Guardia Nazionale da città come Chicago, Los Angeles e Portland, una mossa che segnala un cambio di strategia sul fronte dell’ordine pubblico ma che riapre il dibattito sul rapporto tra sicurezza, potere federale e conflitto sociale.
In America Latina, il Venezuela resta al centro di tensioni e manovre diplomatiche. Nicolás Maduro si dice pronto ad avviare colloqui con Washington sul narcotraffico e rilancia un’offerta esplicita: se gli Stati Uniti vogliono petrolio, il Venezuela è pronto a fornirlo, chiedendo in cambio una liberalizzazione commerciale. Nel frattempo, il governo ha liberato altri 88 detenuti arrestati dopo le proteste post-elettorali. Il paese resta però spaccato: molti esuli auspicano un intervento militare statunitense, mentre chi vive in patria vi si oppone, temendo ulteriori destabilizzazioni.
In Brasile, lo Stato di San Paolo ha lanciato una maxi-operazione contro la violenza di genere, con 580 arresti in pochi giorni. I dati restano drammatici: nel 2025, fino a novembre, sono state uccise 1.331 donne per femminicidio. Anche in Europa il tema emerge con forza: in Norvegia aumentano le denunce di abusi mentre un membro della famiglia reale affronta un processo per stupro. Le associazioni per la salute delle donne parlano di un effetto di incoraggiamento alla denuncia, segno di una lenta ma significativa rottura del silenzio.
In Giappone, il primo ministro è intervenuto su un tema apparentemente minore ma simbolico: la carenza di bagni femminili nel Parlamento. Una battaglia che riflette disuguaglianze strutturali ancora presenti nelle istituzioni e nella rappresentanza di genere.
Sul piano europeo, la Bulgaria compie un passo storico adottando l’euro. Per il presidente si tratta dell’ultima tappa dell’integrazione nell’Unione, ma l’opinione pubblica resta divisa, tra timori per l’aumento dei prezzi e perdita di sovranità economica.
Infine, in Asia centrale, il Turkmenistan annuncia la legalizzazione del mining e degli scambi di criptovalute. Una svolta sorprendente per un paese autoritario e ricchissimo di gas naturale, che tenta di diversificare la propria economia aprendosi, con cautela, ai mercati digitali globali.
Dalla Svizzera al Medio Oriente, dall’America Latina all’Asia, emerge un mondo attraversato da fratture profonde: sicurezza e libertà, economia e politica, repressione e apertura, diritti e disuguaglianze. Notizie lontane tra loro, ma unite da una stessa tensione di fondo: la difficoltà degli Stati nel governare trasformazioni sociali sempre più rapide e conflittuali.





