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L’articolo riporta dati corretti, ma resta in superficie. Migliorarlo significa spostare lo sguardo dalle classifiche alla struttura reale dell’economia toscana e, soprattutto, della provincia di Siena, perché è lì che il problema emerge con maggiore chiarezza.
La Toscana non è semplicemente “in frenata”: è una regione che cresce senza trasformarsi. Il +0,62% previsto per il 2026, sotto la media nazionale, non segnala una crisi improvvisa ma la fine di un modello. Turismo, manifattura tradizionale, servizi a bassa produttività e rendita urbana non sono più in grado di trainare sviluppo duraturo. Il confronto con l’Emilia-Romagna non è una gara tra territori, ma la dimostrazione che dove esistono industria avanzata, ricerca, politiche pubbliche mirate e lavoro qualificato, la crescita – anche modesta – è strutturale. In Toscana questo coordinamento si è progressivamente indebolito.
Il dato davvero decisivo, che l’articolo cita ma non interpreta, è il periodo 2019-2025: Toscana +1,67% contro Italia +6,37%. Qui si misura la perdita di capacità produttiva. La regione non ha recuperato il post-pandemia come il resto del Paese. Non è un problema di ciclo, ma di divergenza.
Dentro questo quadro, Siena provincia rappresenta un caso emblematico. I numeri parlano chiaro: saldo negativo nel medio periodo (-0,98%), crescita quasi nulla nel 2025 (+0,03%), previsione 2026 modesta (+0,51%). Non siamo davanti a una crisi acuta, ma a una erosione lenta e continua. Siena non ha un settore trainante capace di compensare la debolezza degli altri: il turismo tiene ma non spinge, l’agricoltura resiste ma non innova, l’industria è frammentata, il terziario è spesso povero di valore aggiunto.
C’è poi un elemento che l’articolo ignora: Siena non soffre per mancanza di lavoro, ma per mancanza di produttività e direzione. I tassi di occupazione sono relativamente buoni, ma il valore prodotto cresce poco. È il segno di un’economia che occupa, ma non accumula; che regge socialmente nel breve periodo, ma non costruisce futuro.
Il confronto con altre province toscane lo conferma. Livorno e Lucca crescono perché inserite in filiere industriali e logistiche; Firenze perché concentra capitale umano, università e servizi avanzati. Siena resta ai margini perché ha perso i suoi vecchi pilastri (banca, grandi istituzioni economiche) senza costruirne di nuovi. Le aree interne, senza politiche industriali territoriali e investimenti mirati, non si muovono da sole.
In conclusione, il problema non è che Siena cresca meno di Bologna o Firenze. Il problema è che la crescita prevista non cambia la traiettoria. Senza innovazione produttiva, formazione avanzata, filiere locali e una strategia pubblica chiara, lo 0,5% resterà un numero statistico, non uno sviluppo reale. Continuare a commentare le classifiche serve a poco: la questione vera è se questo territorio vuole restare in equilibrio precario o tornare a costruire capacità economica.




