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Nelle ultime settimane si è delineata con chiarezza una linea strategica dell’amministrazione guidata da Donald Trump che va oltre la tradizionale pressione diplomatica o militare. Venezuela, Groenlandia, Medio Oriente e Ucraina appaiono come tasselli di una visione unitaria: un ordine internazionale fondato non su alleanze e diritto, ma su controllo diretto, coercizione e accesso alle risorse. È una dottrina brutale nella sua semplicità, che però espone gli Stati Uniti a rischi enormi, interni ed esterni.
Il caso del Venezuela è emblematico. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono ormai “in controllo” del Paese, mentre il nuovo segretario di Stato Marco Rubio, da sempre fautore del cambio di regime a Caracas, insiste sulla necessità di una pressione totale. La retorica si è fatta apertamente minacciosa: Trump ha avvertito il nuovo vertice venezuelano che il suo destino potrebbe essere “peggiore di quello di Nicolás Maduro”. Non è solo propaganda. È il linguaggio di un potere che si percepisce sciolto da limiti.
In questo quadro si inserisce la figura di Delcy Rodríguez, nuova presidente ad interim. Tecnocrate, figura centrale del potere chavista, inizialmente durissima verso Washington – accusata di voler sequestrare le risorse energetiche e minerarie del Paese – ha progressivamente ammorbidito i toni, arrivando a invocare cooperazione con gli Stati Uniti, mentre Trump pretende “accesso a tutto”. È un passaggio che rivela la natura asimmetrica del confronto: non un negoziato tra Stati sovrani, ma una trattativa sotto minaccia.
Il paradosso è che mentre Maduro viene dato come detenuto in una prigione di Brooklyn – notizia che, vera o falsa, contribuisce a un clima di disorientamento e propaganda – l’amministrazione americana sembra assumere direttamente un ruolo di governo ombra. Non a caso parte della stampa statunitense parla di Rubio come di un vero e proprio “viceré del Venezuela”. È una scelta che può apparire risolutiva nel breve periodo, ma che rischia di trasformare gli Stati Uniti nel bersaglio diretto di ogni futura instabilità del Paese.
La stessa logica si ritrova nella sorprendente insistenza di Trump sulla Groenlandia. Rivendicare il controllo di un territorio strategico, ignorando la sovranità danese e le posizioni europee, ha provocato reazioni dure a Copenhagen, Nuuk e nelle capitali dell’Unione. Anche qui il messaggio è netto: la sicurezza e le risorse contano più delle regole condivise. Il problema è che questo approccio incrina definitivamente il rapporto con gli alleati storici e accelera la frammentazione dell’Occidente.
Non stupisce allora che le reazioni internazionali siano confuse e divise. L’editoriale del Global Times parla apertamente di allarme per la governance globale dopo l’attacco al Venezuela, mentre il Guardian descrive leader europei lacerati, incapaci di rispondere a un “nuovo ordine mondiale” che non riconoscono ma che subiscono. Nel frattempo, altri fronti restano aperti: dalla guerra in Ucraina, con nuovi attacchi russi su Kiev, alle tensioni in Medio Oriente e in Iran, dove si arriva a ipotizzare una fuga dell’Ayatollah Khamenei a Mosca in caso di disordini interni.
Il filo che tiene insieme tutto questo è la personalizzazione estrema del potere. Trump non parla come capo di uno Stato, ma come proprietario di un impero. “Prendere il controllo”, “avere accesso a tutto”, “decidere il destino” sono espressioni che appartengono più al linguaggio dell’acquisizione ostile che a quello della politica internazionale. È una visione che può apparire efficace a una parte dell’elettorato americano, ma che espone gli Stati Uniti a un isolamento crescente e a una spirale di conflitti difficili da governare.
Il rischio, per Trump, non è solo geopolitico. È strutturale. Trasformare l’ordine mondiale in una somma di rapporti di forza diretti significa rinunciare a ogni forma di mediazione stabile. E quando tutto diventa coercizione, anche la potenza più grande scopre di non poter controllare davvero le conseguenze delle proprie minacce.





