
Il mondo come bottino. Venezuela, Groenlandia e la dottrina Trump del controllo totale
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di Giuseppe Sarcina
Donald Trump accarezzò l’idea di impadronirsi della Groenlandia già nel 2019, nel corso del suo primo mandato. All’epoca la sua proposta suscitò una risata irrefrenabile e collettiva nel Parlamento di Copenaghen. Oggi, purtroppo, c’è poco da ridere. La Groenlandia fa parte della Danimarca, sia pure con lo status di «Territorio speciale». Danimarca significa Nato e Ue. Che cosa vuole fare Trump, attaccare gli alleati? Il Segretario di Stato, Marco Rubio, consiglia di «prendere sul serio» i proclami del presidente Usa.
Dopo la notte di Caracas è più difficile dargli torto. Per ora, comunque, nelle capitali europee prevale l’incredulità: di fatto nessuno crede che il Pentagono possa inviare i marines a occupare la Groenlandia, magari facendo leva sulla base aerea di Pituffik, nella parte settentrionale della grande Isola.
Il problema, però, è che i leader del Vecchio Continente sembrano muoversi, ancora una volta, in ordine sparso. Almeno a giudicare da come hanno reagito al blitz dei «Delta Force» che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Basta leggere le dichiarazioni contratte, sincopate di Emmanuel Macron, del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del premier britannico Keir Starmer. In sostanza: è un bene che Maduro non sia più alla guida del Venezuela, ma il «metodo Trump» non è accettabile. Giorgia Meloni, invece, considera come «difensivo e quindi legittimo» il raid americano contro uno Stato che alimenta il narcotraffico diretto negli Stati Uniti. È un ragionamento scivoloso. Seguendo questa logica, allora, sarebbe «legittimo» anche attaccare le basi libiche che gestiscono il traffico di migranti illegali diretti anche sulle coste italiane. Visto che il governo Meloni da sempre ritiene una grave minaccia lo sbarco dei «clandestini».
Ma il ritmo imposto da Trump è frenetico. Gli europei sono in grado di reggere il passo, di fare blocco per convincere la Casa Bianca a rinunciare alle mire sulla Groenlandia? Sembra ormai evidente che non basti invocare «il rispetto del diritto internazionale», come fanno Macron, Starmer, Merz e, con toni più duri, il premier spagnolo Pedro Sánchez. In un anno, il presidente Usa ha semplicemente ignorato le regole e le istituzioni internazionali e ha introdotto un «metodo» che ha spiazzato tutti e che, al momento, non sembra avere freni o alternative. Non ha chiesto l’autorizzazione di nessuno, neanche del Congresso degli Stati Uniti, per colpire le basi degli Huthi nello Yemen, gli impianti nucleari in Iran, i miliziani dell’Isis in Nigeria, le formazioni jihadiste in Siria, le imbarcazioni del Venezuela nel Mar dei Caraibi.
L’ex costruttore newyorkese è sempre più assertivo, sempre più spregiudicato. Sembra una risposta diretta alla teoria «Taco»: Trump si tira sempre indietro, («Trump Always Chickens Out») inventata da un giornalista del «Financial Times» che ha avuto, insieme ad altre formule, una certa popolarità nella scorsa primavera. Effimera, perché smentita dai fatti. Può rivelarsi una semplice illusione anche pensare di contenere l’aggressività di Trump, assecondandone le scelte di politica internazionale, come pensano di fare, tra gli altri, Starmer, Merz, Meloni. E, in ogni caso, questo schema non funziona se le sue iniziative ci investono direttamente, come lascia immaginare l’«interesse» per la Groenlandia.
Nella conferenza stampa dell’altro giorno, Trump ha letto un testo che richiamava la lontana «dottrina Monroe» (1823), dal nome del quinto presidente che puntava ad arginare l’influenza delle potenze europee in tutto il continente americano. Quel documento sarebbe stato scritto dal Consigliere per la sicurezza, Stephen Miller. Si può discutere sulla solidità storica e scientifica di queste citazioni. Ma, alla fine, sarebbe un dibattito ozioso, inutile. Quello che conta, invece, è che a Washington opera un gruppo che produce progetti, teoremi, non importa se rozzi o sballati, perché soddisfano le ambizioni o la megalomania del presidente e, soprattutto, perché vengono tradotte in azioni dall’esercito più letale e più efficiente del mondo. E questo meccanismo diventa sempre più veloce, sempre più determinato. Ecco la realtà che la notte di Caracas ha sbattuto in faccia anche a noi europei.





