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Sono abituato agli attacchi personali. Li conosco da sempre e non mi interessano. Servono solo a una cosa: distogliere l’attenzione dai contenuti quando i contenuti non si possono sostenere. Anche questa volta è andata così.
Il nodo vero, però, è più profondo e va detto senza giri di parole. Sena Civitas non è soltanto un soggetto politico che confonde l’analisi con l’alibi. È un gruppo che non ha l’autonomia di dire fino in fondo ciò che pensa, perché quella franchezza avrebbe un costo immediato: l’esclusione dal governo cittadino. È questo che spiega la prudenza, l’assenza di conflitto, il linguaggio anestetizzato. Per continuare a esserci, bisogna tenere la parte. Anche a costo di accettare un ruolo ridotto, un assessorato dimezzato.
Chi governa senza autonomia non sceglie: si adatta. Non costruisce una visione: la sospende. Non assume responsabilità: le dissolve nel linguaggio dell’analisi. È per questo che i problemi di Siena vengono descritti come fenomeni “strutturali”, “complessi”, “di lungo periodo”, mai come esiti di decisioni politiche precise.
Il punto più rivelatore è ciò di cui non si parla. In particolare, la rendita fondiaria. Si discute di fondi sfitti, di centro storico che si svuota, di residenza che scompare, ma non si affronta mai il nodo centrale: il peso della rendita immobiliare, il suo ruolo nell’espulsione dei residenti, nella trasformazione del centro in spazio di consumo, nell’impossibilità di qualsiasi politica abitativa seria.
Questo silenzio non è casuale. Parlare di rendita significa toccare interessi forti, consolidati, trasversali. Significa scegliere. E chi non ha autonomia non sceglie, perché scegliere vorrebbe dire rompere equilibri che garantiscono la propria permanenza al governo.
Lo stesso vale per il turismo. Si accumulano dati, si descrivono flussi e stagionalità, ma si evita accuratamente di dire che il modello turistico dominante alimenta la rendita, consuma la città e non redistribuisce valore. Siena non subisce questo modello: lo tollera, perché metterlo in discussione significherebbe entrare in conflitto con i beneficiari reali del sistema.
Io non parlo da osservatore esterno. Ho governato e so che l’autonomia è la condizione minima per fare politica. Senza autonomia non c’è decisione, solo amministrazione dell’esistente. Ciò che so fare l’ho dimostrato prima e lo dimostro oggi, lavorando sui contenuti e assumendomi il peso delle scelte. Al contrario, ciò che hanno prodotto coloro che oggi mi criticano – prima sostenendo De Mossi, ora l’esperienza guidata da Fabio – resta ancora tutto da dimostrare, soprattutto sul piano degli effetti reali sulla città.
Siena non ha bisogno di analisi prudenti che proteggano chi governa. Ha bisogno di una politica che abbia il coraggio di mettere in discussione la rendita, dichiarare i conflitti, scegliere da che parte stare. Tutto il resto è gestione del declino mascherata da metodo.




