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12 Gennaio 2026
Quando un consigliere regionale definisce “un fuoriclasse” e “ambasciatore di Siena nel mondo” chi ha ricoperto un incarico nella gestione culturale cittadina, il punto non è l’enfasi dell’elogio, ma l’immagine di Siena che ne deriva.
Al di là delle dichiarazioni, resta una domanda semplice: cosa è rimasto alla città? Quali progetti duraturi, quali strutture, quali effetti concreti sul sistema culturale senese? A oggi, è difficile indicare risultati capaci di andare oltre il tempo dell’incarico.
L’impressione è che Siena sia stata soprattutto un passaggio utile a rafforzare un profilo personale. Da qui la debolezza della formula “ambasciatore”: un ambasciatore rappresenta un luogo e ne porta valore all’esterno; qui, invece, si ha la sensazione opposta, con percorsi professionali e investimenti che sembrano svilupparsi altrove, mentre la città resta senza una traccia riconoscibile.
Non si tratta di giudicare scelte individuali, che restano legittime, ma di interrogarsi sul racconto che viene costruito attorno a queste esperienze. Raccontarle come un successo significa accettare che Siena diventi una tappa di passaggio, un nome da inserire nel curriculum, non un progetto da costruire.
Colpisce infine che questa narrazione venga sostenuta da esponenti dello stesso partito che governa il Comune. Un’operazione che non rafforza l’amministrazione, ma la espone a una contraddizione evidente: celebrare come eccellenza ciò che non ha prodotto un’eredità visibile per la città.
Se Siena vuole davvero contare, non può accontentarsi di essere un fondale prestigioso. Deve pretendere visione, continuità e risultati. Il resto sono titoli che viaggiano. La città no.




