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15 Gennaio 2026Aggiornamenti dall’Iran: “Nessun piano” di impiccare persone, dice il ministro degli Esteri Aragchi
La giornata si apre con una smentita netta da Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi dichiara che non esiste alcun piano di impiccagioni, respingendo le accuse che circolano sui social e in parte dell’informazione internazionale. Una presa di posizione che arriva mentre le immagini delle proteste continuano a rimbalzare online, spesso in modo confuso e manipolato.
Le verifiche indipendenti confermano infatti un quadro informativo inquinato: video generati dall’intelligenza artificiale e filmati vecchi o decontestualizzati vengono rilanciati come attuali. Questo non cancella la repressione, ma rende più complesso distinguere ciò che accade davvero da ciò che viene costruito per orientare l’opinione pubblica. In parallelo, il Washington Post documenta però scene inequivocabili: in almeno sei città iraniane le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla, segno che la risposta dello Stato resta durissima.
Sul piano regionale, Israele osserva e attende. Secondo il Financial Times, Tel Aviv aspetta che gli Stati Uniti risolvano le “questioni in sospeso” con l’Iran, consapevole che qualsiasi azione diretta contro Teheran potrebbe alterare ulteriormente l’equilibrio medio-orientale, anche a costo di sacrificare alcuni interessi americani. La postura statunitense appare inoltre condizionata dalle scelte di Donald Trump: il Wall Street Journal segnala come il rafforzamento militare nei Caraibi riduca i margini di manovra proprio sul dossier iraniano.
Intanto Gaza resta un altro nodo centrale. L’inviato americano Steve Witkoff annuncia l’avvio della “fase due”: un piano in venti punti che dovrebbe traghettare la Striscia dal cessate il fuoco alla smilitarizzazione, fino a una governance tecnocratica e alla ricostruzione. Ma, secondo Al Quds al Arabi, emergono fratture profonde: divisioni tra palestinesi e nuove tensioni con Israele sulla gestione amministrativa del territorio.
In questo contesto, alcune analisi israeliane parlano di una possibile caduta degli ayatollah come di una “giustizia poetica” per il 7 ottobre. Una prospettiva carica di significati simbolici, ma tutt’altro che scontata, perché il sistema di potere iraniano resta solido e capace di adattarsi.
Lo sguardo globale si sposta poi verso il Nord. L’idea di Trump di acquisire la Groenlandia riemerge come scenario geopolitico estremo: sarebbe la più grande espansione territoriale americana della storia. Trump insiste sulla centralità dell’isola per la sicurezza nazionale, mentre la Danimarca resiste e l’Europa reagisce. Il presidente francese Emmanuel Macron parla addirittura di “elementi militari francesi” in viaggio verso l’isola. Dalla Groenlandia, le comunità Inuit denunciano il rischio di diventare pedine di un nuovo imperialismo.
In America Latina, il Venezuela annuncia la liberazione di oltre 400 prigionieri, ma il gesto è oscurato da una rivelazione politica: Trump avrebbe parlato al telefono con Delcy Rodríguez, definendola “una persona fantastica”. Un contatto che fa discutere, viste le sanzioni e le tensioni ancora formalmente in vigore.
Negli Stati Uniti, infine, le proteste tornano a infiammare Minneapolis. Un agente federale ha sparato a una persona ferendola a una gamba, mentre le manifestazioni crescono di intensità. Un altro segnale di un clima interno teso, che si intreccia con una politica estera sempre più muscolare e contraddittoria.
È un mondo in movimento, frammentato e iper-mediatizzato, dove la linea tra informazione, propaganda e manipolazione è sottile. Capire cosa accade davvero, oggi, è già una forma di resistenza.



