
Aggiornamenti dall’Iran: “Nessun piano” di impiccare persone, dice il ministro degli Esteri Aragchi
15 Gennaio 2026
Isole, rotte: sfida polare
15 Gennaio 2026
Ricordo con precisione il momento in cui quell’immagine mi apparve davanti. Era piena estate, un taxi giallo avanzava lentamente accanto al verde ordinato di un grande parco urbano, e io, poco più che ventenne, scorrevo distrattamente notizie politiche su uno di quei telefoni che oggi sembrano reperti archeologici. Lavoravo alla mia prima esperienza vera, immerso nell’entusiasmo e nella fatica di una campagna presidenziale che prometteva di cambiare il tono e forse il destino del Paese. Di solito quei tragitti erano tranquilli. Quel giorno no.
Un articolo parlava di una copertina che stava facendo esplodere una polemica improvvisa e feroce. L’immagine era ambientata nel luogo simbolico del potere, resa con una normalità quasi rassicurante: un tappeto istituzionale, una sedia qualsiasi, un interno riconoscibile. Ma al centro c’erano due figure trasformate, travestite secondo un catalogo di paure, insinuazioni e stereotipi che da mesi circolavano senza pudore nel dibattito pubblico. Ogni dettaglio era carico, deliberatamente eccessivo, costruito come un accumulo. Nulla era lasciato al caso, e proprio per questo l’insieme risultava disturbante.
A distanza di anni è facile dimenticare quanto il linguaggio rivolto a quella coppia fosse spesso apertamente razzista, allusivo, velenoso. Le teorie complottiste, le battute travestite da analisi, le frasi pronunciate “per caso” in televisione, le insinuazioni sulla fedeltà nazionale, sulla cultura, persino sulle parole mai dette: tutto concorreva a creare un clima in cui la caricatura precedeva la realtà e la deformava. L’immagine incriminata non inventava nulla. Semmai condensava, rendeva visibile ciò che già saturava l’aria.
Il senso profondo di quella copertina stava proprio lì. Non era una provocazione gratuita, ma un’operazione di critica dei media, un gesto rischioso che si muoveva sul filo sottile tra denuncia e fraintendimento. Chi fa satira su un immaginario tossico corre sempre un pericolo: per mostrarlo deve maneggiarlo, conoscerlo, riprodurlo. È un atto esposto, che chiede fiducia allo spettatore. In qualche modo è anche un gesto solidale, perché dice: non sei l’unico a essere schiacciato da questo peso, qualcuno se ne sta facendo carico apertamente.
Quando arrivai in ufficio, scoprii che l’indignazione era ovunque. Alcuni sostenevano che non tutti avrebbero colto il livello ironico, che qualcuno avrebbe preso l’immagine alla lettera, attribuendole intenzioni che non aveva. Altri temevano che riproporre certi simboli, anche per criticarli, significasse rafforzarli, aumentarne la presenza e quindi il potere. È un timore antico, rispettabile, ma che non ho mai del tutto condiviso. C’è una differenza, sottile ma decisiva, tra mostrare e legittimare.
Io, lo ammetto, in quel taxi risi. Rido ancora oggi quando la rivedo. Non per superficialità, ma perché la considero una testimonianza necessaria: il ritratto di un momento storico promettente e insieme attraversato da ombre profonde. Un promemoria di quanto spesso, davanti a corpi reali e vite complesse, una parte del Paese preferisca rifugiarsi nei cartoni animati della paura.




