Prima i fatti di ieri. I Cinque stelle sono stati gli unici a non firmare la mozione unitaria sull’Iran, uno dei pochi atti bipartisan di questa legislatura. Mozione che impegna il governo a mettere una pressione su Teheran per interrompere il feroce massacro di un popolo. Si asterranno di fronte alla Tienanmen iraniana perché non c’è la contrarietà preventiva all’intervento militare americano. Insomma, come sempre prevale la logica di distinguersi, in chiave molto domestica.
Poi i fatti di oggi, già annunciati. Si voterà il famoso decreto Ucraina, che consentirà di continuare a sostenere, anche militarmente, Kiev. E, mentre da un lato Salvini, pur con qualche defezione e parecchi mal di pancia, si allineerà, il cosiddetto campo largo, come da consumata tradizione, andrà in ordine sparso con le solite cinque mozioni, tra favorevoli all’invio, favorevoli sofferenti (il Pd), contrari senza se e senza ma (Conte e Avs).
È la fotografia di una coalizione, tecnicamente, “fuori partita”. Ogni volta che si esce da Instagram e c’è da affrontare un nodo politico vero sui destini del mondo, semplicemente non esiste. Si dirà: non è una notizia. Magra consolazione. E invece la notizia è amplificata dal contesto. Il titolo non è solo la “divisione”, ma la “separazione dalla realtà”.
Già, la realtà. Racconta, nelle ultime settimane, di un evidente salto di qualità da parte di Donald Trump. Aveva promesso di non indossare i panni del poliziotto del mondo, invece, come annunciato nel documento di sicurezza nazionale, ha radicalizzato il suo unilateralismo, anche attraverso l’uso della forza: l’“aggiustamento di regime” in Venezuela, dove vengono tenuti i complici di Maduro per gestire le risorse petrolifere; le minacce alla Groenlandia, che oscillano tra l’ipotesi militare e l’idea di un protettorato economico; il prossimo intervento in Iran; il desiderio di disimpegno in Ucraina che incoraggia Putin a rigettare ogni trattativa diplomatica.
È la logica dell’Impero, secondo cui non ci si sono né valori da difendere né amici con cui costruire un ordine internazionale basato sul multilateralismo, ma solo interessi da perseguire. Logica che segna una nuova fase della relazione Europa-Stati Uniti, per come l’abbiamo conosciuta finora. È ovvio che quel rapporto va mantenuto ma se l’Europa ha paura della fermezza, agevolerà questo processo, perché Trump conosce solo i rapporti di forza.
Ecco, non ci poteva essere contesto migliore per ricollocare, anche nel racconto, il tema “armi” proprio in relazione a tutto questo, oltre i consueti tic cosiddetti pacifisti. Non a caso la Danimarca, per porre un limite alla protervia di Trump, ha dichiarato che manderà truppe in Groenlandia.
L’investimento in sicurezza e in difesa – da Kiev al tema di una maggiore integrazione europea – è cioè un elemento di tutela della democrazia in relazione alla sfida esistenziale che Trump pone all’Europa. Non per la guerra, ma per una manovra politica tesa ad esercitare un freno all’unilateralismo radicale. Nel momento in cui i Cinque stelle si disimpegnano, qualcuno a sinistra potrebbe, proprio su questa congiunzione di fatti, mettere in campo un’iniziativa e un racconto che è, al tempo stesso, europeista e di contenimento a Trump. E invece qui non si riesce nemmeno a contenere Conte.







