
𝐃𝐫𝐞𝐚𝐦 𝐇𝐮𝐧𝐭𝐞𝐫
15 Gennaio 2026Iran, la linea di faglia del potere: esercito, alleati e il rischio della rottura
16 Gennaio 2026
Nell’Africa occidentale e centrale si stanno intrecciando dinamiche che raccontano una fase di assestamento delicato, dove la stabilità istituzionale convive con tensioni economiche profonde e con una ridefinizione dei rapporti di potere, interni e internazionali. Le notizie che arrivano da Costa d’Avorio, Mali, Senegal, Repubblica Centrafricana e Rwanda descrivono un continente tutt’altro che immobile, attraversato da scelte politiche pragmatiche e da crisi strutturali non risolte.
In Costa d’Avorio, la decisione di affidare la guida dell’Assemblea nazionale a Patrick Achi, su indicazione diretta di Alassane Ouattara, segnala la volontà di consolidare l’assetto istituzionale attraverso figure considerate affidabili e allineate alla presidenza. La successione ad Adama Bictogo non è solo una questione di equilibrio parlamentare, ma riflette una strategia più ampia di controllo e continuità in una fase in cui il potere esecutivo mira a evitare fratture interne e sorprese politiche.
Sempre in Costa d’Avorio, però, la solidità istituzionale convive con forti pressioni economiche. La filiera del cacao, pilastro dell’economia nazionale, è sottoposta a tensioni crescenti: volatilità dei prezzi, costi di produzione in aumento, cambiamenti climatici e aspettative sociali sempre più elevate mettono sotto stress un settore che per decenni ha garantito entrate e stabilità. Qui emerge il limite di un modello basato sull’export di materie prime, ancora poco capace di redistribuire valore lungo la catena produttiva.
Il quadro si fa più critico spostandosi in Mali, dove la crisi del carburante è diventata il simbolo delle difficoltà di governo. Il generale Assimi Goïta, pur avendo consolidato il potere sul piano politico e militare, fatica a rispondere ai problemi quotidiani della popolazione. Le sanzioni, le difficoltà logistiche e una gestione economica fragile hanno trasformato l’energia in un fattore di instabilità, mostrando come il controllo politico non basti a garantire funzionamento e consenso.
In Senegal, il dibattito sul franco CFA continua a dividere. La moneta, spesso difesa come strumento di stabilità macroeconomica, viene sempre più messa in discussione per il suo impatto sulla sovranità economica e sulla capacità di sviluppo autonomo. La domanda di fondo resta aperta: stabilità per chi, e a quale prezzo, in un contesto globale che richiede flessibilità e politiche industriali attive?
Più a est, nella Repubblica Centrafricana, la scelta di Henri-Marie Dondra di non contestare la vittoria di Faustin-Archange Touadéra appare come un atto di realismo politico. In un paese segnato da conflitti ricorrenti, la rinuncia allo scontro istituzionale viene letta come un tentativo di evitare nuove destabilizzazioni, anche a costo di sacrificare ambizioni personali e spazi di opposizione.
Accanto a questi scenari segnati da crisi e compromessi, emergono anche figure che raccontano un’Africa diversa, più integrata nei circuiti globali. La rwandese Clare Akamanzi, alla guida della NBA Africa, incarna un modello di leadership che passa dallo sport e dall’economia dell’immagine per costruire soft power, attrarre investimenti e ridefinire la presenza africana nei mercati culturali e commerciali internazionali.
Nel complesso, il continente appare attraversato da una tensione costante tra consolidamento del potere politico e fragilità economiche strutturali. Governi forti non sempre coincidono con economie resilienti, mentre i settori chiave – dall’energia all’agroindustria – restano esposti a shock esterni e a nodi irrisolti. È in questo spazio ambiguo, tra stabilità apparente e crisi latente, che si gioca oggi una parte decisiva del futuro africano.


