Iran, la linea di faglia del potere: esercito, alleati e il rischio della rottura
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A Pechino si apre una fase che assomiglia a un prudente riassetto più che a una vera svolta. L’incontro tra Xi Jinping e Mark Carney segna il tentativo di riannodare un filo logorato negli ultimi anni, soprattutto sul piano economico e tecnologico. Il viaggio del premier canadese, costruito come una visita di ricucitura, indica che alcune capitali occidentali stanno cercando canali di dialogo più stabili con la Cina, senza però rinunciare a cautele strategiche.
Il contesto resta fragile. Le imprese straniere attive in Cina mostrano una preoccupazione crescente non tanto per le dispute commerciali, quanto per il rallentamento dell’economia interna, che incide direttamente su consumi, investimenti e prospettive di lungo periodo. È un segnale rilevante: la Cina non è più percepita solo come un mercato complesso dal punto di vista politico, ma come un sistema che deve fare i conti con una fase di maturità economica e con tensioni sociali nuove, visibili anche nella diffusione di strumenti digitali che intercettano e amplificano solitudini e insicurezze individuali.
Sul fronte industriale e tecnologico, le contraddizioni si moltiplicano. Da un lato, la spinta cinese sulle esportazioni di automobili continua, mentre la domanda interna rallenta e l’attenzione globale verso i veicoli elettrici sembra perdere slancio, come mostrano anche i segnali provenienti dai grandi saloni internazionali. Dall’altro, negli Stati Uniti e in Europa cresce la consapevolezza di una dipendenza strutturale dalle filiere critiche, a partire dalle terre rare, tanto da alimentare proposte di nuovi strumenti pubblici per rafforzare la produzione domestica di minerali strategici.
La competizione tecnologica resta il nodo più delicato. Le autorizzazioni condizionate alla vendita di chip avanzati, le controversie sulla governance di aziende chiave nel settore dei semiconduttori e le dispute giudiziarie che hanno effetti a catena sull’industria automobilistica globale mostrano quanto sia sottile la linea tra cooperazione economica e confronto geopolitico. In questo quadro, la Cina cerca di presentarsi come partner affidabile, mentre l’Occidente tenta di bilanciare apertura e controllo, dialogo e contenimento.
Intorno a questo asse si muovono anche altri attori. In Asia orientale e nel Sud-Est asiatico, nuovi accordi di difesa e una crescente attenzione alla sicurezza regionale indicano che la percezione di un’assertività cinese rimane forte. Nel frattempo, sullo sfondo, dichiarazioni muscolari di leader come Donald Trump ricordano quanto il linguaggio della forza continui a influenzare il clima internazionale, contribuendo a un senso diffuso di instabilità.
Il risultato è un quadro complesso, fatto di tentativi di disgelo diplomatico e di frizioni strutturali che non si risolvono con una stretta di mano. La visita canadese a Pechino e i segnali di riapertura non cancellano le diffidenze reciproche, ma suggeriscono che, in una fase di crescita più lenta e di competizione tecnologica serrata, nessuno può permettersi una rottura totale. La relazione tra Cina e Occidente entra così in una nuova zona grigia: meno ideologica, più pragmatica, ma ancora attraversata da profonde linee di tensione.


