Una crisi globale che si stringe: finanza, potere e deterrenza
17 Gennaio 2026
Le guerre e il diritto, doppia crisi
17 Gennaio 2026
C’è un momento in cui i segnali sparsi smettono di essere episodi e diventano struttura. È il momento che stiamo attraversando. Le restrizioni sui visti qualificati negli Stati Uniti, le tensioni che attraversano il Medio Oriente, la gestione muscolare dell’ordine pubblico nelle città occidentali, l’instabilità finanziaria che riemerge sotto nuove forme: tutto concorre a delineare un passaggio di fase. Non una crisi improvvisa, ma la fine di un ciclo lungo, fondato sull’idea che globalizzazione, sicurezza e consenso potessero procedere insieme senza attriti.
La stretta sui visti H-1B è emblematica. Non si tratta solo di immigrazione o di mercato del lavoro, ma di un messaggio politico preciso: la conoscenza torna a essere considerata una risorsa nazionale, da trattenere e selezionare, non più un flusso globale da attrarre. Questo cambio di paradigma colpisce in profondità l’ecosistema dell’innovazione, altera gli equilibri tra centro e periferia del mondo tecnologico e apre una competizione silenziosa ma durissima tra Stati per il controllo dei talenti. L’America che per decenni ha beneficiato dell’apertura ora sperimenta la tentazione della chiusura, e con essa accetta il rischio di indebolire il proprio primato.
Allo stesso tempo, il Medio Oriente mostra con chiarezza cosa accade quando gli equilibri di deterrenza si logorano. Iran e Libano non sono solo attori regionali, ma nodi di una trasformazione più ampia: il declino di un ordine costruito su alleanze rigide e conflitti congelati. Oggi le linee di frattura sono mobili, le guerre ibride, il confine tra guerra e pace sempre più incerto. La violenza non è più l’eccezione che interrompe la politica, ma uno strumento che la accompagna, spesso senza una vera strategia di uscita.
Questo clima globale di incertezza si riflette anche nelle democrazie occidentali, dove la gestione dell’ordine pubblico diventa terreno di scontro simbolico. Le immagini di città come Minneapolis raccontano una verità scomoda: la forza, quando viene usata per rassicurare, spesso produce l’effetto opposto. La paura diventa un capitale politico, ma è un capitale fragile, che richiede continue concessioni e alimenta una spirale di sfiducia. L’ordine imposto senza consenso non stabilizza, irrigidisce.
Sotto questa superficie si muove una crisi più profonda, che riguarda il rapporto tra finanza e potere. Il sistema globale continua a reggersi su una deterrenza non solo militare ma economica, fatta di debito, di mercati interconnessi, di fiducia implicita. Ma questa fiducia si assottiglia. Ogni shock – geopolitico, sociale, tecnologico – ha effetti amplificati, perché manca un orizzonte condiviso capace di assorbirli. La sensazione diffusa è che si stia guadagnando tempo, non costruendo soluzioni.
Il filo che lega questi fenomeni è la crisi del consenso. Non il suo crollo improvviso, ma il suo progressivo svuotamento. Governi, istituzioni, alleanze internazionali continuano a funzionare, ma sempre più per inerzia. Le concessioni si moltiplicano, le paure vengono gestite più che risolte, il linguaggio della forza sostituisce quello del progetto. È un mondo che scricchiola, non perché stia per crollare domani, ma perché ha smesso di credere davvero nelle proprie promesse.
Siamo entrati in una fase in cui le soglie contano più dei confini, e le decisioni prese per “proteggere” spesso accelerano la frammentazione. Capire questo passaggio è essenziale. Non per indulgere nel pessimismo, ma per riconoscere che il tempo delle soluzioni automatiche è finito. La politica, se vuole tornare a essere qualcosa di diverso dalla gestione dell’emergenza permanente, dovrà ricominciare da qui: dalla consapevolezza che il mondo non sta semplicemente cambiando, ma chiedendo di essere ripensato.

