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Rassegna culturale nazionale e internazionale
Domenica 18 gennaio 2026
L’inizio del 2026 conferma una tendenza ormai strutturale: la cultura non si organizza più secondo una geografia di centri e periferie, ma per costellazioni. Accanto alle capitali storiche dell’arte e della produzione culturale emergono poli diffusi, spesso legati a investimenti mirati in musei, festival, residenze e pratiche educative. In questo scenario, le istituzioni storiche sono chiamate a rinegoziare il proprio ruolo pubblico, spostando l’attenzione dall’evento alla costruzione di senso, dalla visibilità immediata all’impatto nel tempo. La cultura diventa sempre più un’infrastruttura narrativa del presente: non solo racconta le fratture del mondo contemporaneo, ma prova a immaginare possibilità di ricomposizione.
Le grandi rassegne internazionali insistono su temi di memoria, identità e trasformazione, intrecciando storia coloniale, crisi ecologica e nuove soggettività. La dimensione transnazionale è centrale: artisti, curatori e ricercatori lavorano su archivi mobili, pratiche partecipative e opere che attraversano linguaggi diversi, dal video alla performance, dal suono alla scrittura. In questo quadro, anche i festival mutano natura: non più semplici vetrine, ma dispositivi temporanei di pensiero, luoghi in cui le comunità sono invitate a confrontarsi su ciò che resta, ciò che cambia e ciò che può ancora essere immaginato.
In Italia, il nuovo anno si apre sotto il segno di una doppia tensione. Da un lato, la necessità di conservare e rileggere il patrimonio; dall’altro, il desiderio di sperimentare nuovi linguaggi e nuove forme di relazione con il pubblico. Musei e archivi rafforzano il proprio ruolo pubblico attraverso narrazioni aggiornate, mentre festival, fondazioni e spazi indipendenti lavorano su pratiche ibride e su un dialogo sempre più stretto con i territori. Il passaggio simbolico da Agrigento a L’Aquila come Capitale Italiana della Cultura segna bene questo equilibrio: L’Aquila si propone come laboratorio di ricostruzione culturale, puntando su processi di lungo periodo e su una riflessione profonda sul rapporto tra memoria, trauma e futuro. La cultura come cura lunga, non come spettacolo effimero.
Il sistema museale nazionale continua a intensificare il dialogo tra arte storica e contemporanea. Le grandi mostre non rinunciano ai nomi celebri, ma li collocano sempre più spesso in cornici critiche: il Novecento viene riletto alla luce delle inquietudini del presente, mentre fotografia e cinema si affermano come strumenti privilegiati per interrogare il reale. Sul fronte editoriale, si registra un avvio d’anno segnato dalla narrativa breve e da una saggistica fortemente legata all’attualità — clima, lavoro culturale, democrazia. Le librerie indipendenti puntano su presentazioni-dialogo, reading performativi e relazioni dirette con i lettori. A livello internazionale, cresce l’attenzione ai diritti audio e seriali e allo scouting di progetti “adattabili”, pensati per attraversare più formati. La tenuta dell’editoria sembra passare sempre meno dal lancio isolato e sempre più dalla valorizzazione del catalogo e dalla costruzione di comunità di lettura.
Nel campo delle arti visive, molte istituzioni aprono l’anno con mostre di lunga durata e dispositivi educativi ampliati. A livello globale si rafforza l’attenzione per pratiche legate a ecologia, archivi e comunità, con una maggiore presenza di collettivi e curatele condivise. Il valore si sposta dall’evento al processo, dall’opera isolata alla relazione che essa attiva nello spazio pubblico. Anche il teatro e la performance mostrano segnali chiari: riscritture dei classici, drammaturgie civili, progetti site-specific e dialoghi con musica e arti visive. La sostenibilità del sistema passa sempre più da coproduzioni, circuiti regionali e reti stabili, capaci di garantire continuità e non solo picchi di visibilità.
Nel cinema, le sale tengono grazie a rassegne tematiche, incontri con gli autori ed eventi speciali. La produzione guarda con interesse alle coproduzioni europee e a storie radicate localmente ma leggibili in chiave internazionale. L’esperienza cinematografica come evento resta il principale fattore competitivo rispetto allo streaming. In ambito musicale, la ripartenza dei club di medie dimensioni è accompagnata da un forte interesse per le contaminazioni tra elettronica, jazz e arti visive. Si sperimentano modelli basati su residenze, micro-festival e cachet sostenibili: la crescita qualitativa è evidente, ma i margini economici restano fragili.
Sul versante dei media culturali, podcast, video-saggi e newsletter editoriali consolidano pubblici fedeli. Le redazioni puntano meno sul “breaking” e più sulla curatela, sulla continuità e su un punto di vista riconoscibile. L’autorevolezza, sempre più, deriva dalla capacità di costruire nel tempo una relazione di fiducia con i lettori e gli ascoltatori.
Le politiche culturali, infine, mostrano una convergenza crescente tra Italia ed Europa. Al centro ci sono le imprese culturali e creative, la rigenerazione degli spazi, l’occupazione giovanile, la mobilità e la tutela dei lavoratori della cultura, anche nel quadro dei programmi europei. La cultura viene sempre più riconosciuta come infrastruttura strategica per la coesione sociale e lo sviluppo.
In questo quadro emergono alcune tendenze trasversali: la cultura come processo e come comunità; l’ibridazione dei linguaggi tra libro, audio, video e performance; la centralità delle condizioni di lavoro e della sostenibilità; il rafforzamento del soft power culturale europeo. Anche l’innovazione tecnologica, in particolare l’intelligenza artificiale, entra nel dibattito culturale meno come gadget e più come questione critica. Nel 2026 l’IA viene utilizzata soprattutto per interrogare archivi, collezioni e sistemi di produzione del sapere, mettendone in luce potenzialità ma anche limiti e bias. Le tecnologie immersive ampliano l’esperienza senza sostituirla, delineando un futuro ibrido, insieme analogico e digitale.
Sul piano territoriale, la Toscana continua a rappresentare un laboratorio privilegiato di dialogo tra storia e contemporaneità. Accanto ai grandi poli, cresce l’importanza delle iniziative diffuse: mostre in piccoli centri, festival interdisciplinari, progetti che intrecciano arte, paesaggio e comunità. Nell’area dell’Amiata si consolida una trama culturale silenziosa ma significativa, fatta di residenze artistiche e pratiche legate al rapporto tra ambiente, memoria e sostenibilità. Un lavoro sulla qualità e sulla continuità più che sulla visibilità immediata.
Nel complesso, il sistema culturale apre il 2026 con un livello creativo alto e un pubblico presente, ma con pressioni strutturali che restano forti. Le strategie che sembrano funzionare meglio sono quelle capaci di combinare reti territoriali, cooperazione internazionale e formati in grado di generare valore simbolico e impatto reale. La cultura, oggi più che mai, non è solo produzione di contenuti, ma costruzione di senso condiviso.
Fonti di riferimento: ANSA Cultura, Rai Cultura, The Art Newspaper, The New Yorker (Culture), Artforum, Frieze, Artribune, Exibart, Doppiozero.





