Il primo gennaio scorso sul New York Times Lauren Jackson ha inaugurato l’anno 2026 con un allarme: l’America, scrive in un editoriale, «è diventata una terra di cinici, o almeno è quello che mostrano gli studi». Gli studi menzionati – da paper di Harvard o del Pew Resarch Center – raccontano, con statistiche che spaziano lungo i decenni e recentissime interviste, una landa di frustrazione, risentimento, delusione, disprezzo.

Leggere il pezzo di Jackson anche a poche settimane di distanza non facilita le smentite: la storia sembra andare velocissima verso il peggio. I legami tra le nazioni si indeboliscono, le organizzazioni umanitarie vengono smantellate, guardando Gaza o Kiev ci sentiamo assuefatti allo scandalo delle carneficine, basta una foto in manette di Maduro per rinunciare a secoli di difesa del diritto internazionale, e a questo si è aggiunto il massacro di civili in Iran, i presagi di una crisi atlantica in Groenlandia, e soprattutto abbiamo assistito praticamente in diretta alla scena dell’omicidio a freddo di Renee Nicole Good da parte di un militare dell’Ice. Il direttore dello Stanford Social Neuroscience Lab, citato da Jackson, le confermava che il cinismo è ampiamente in aumento: una tendenza pericolosa, ma reversibile se le persone coltivano la speranza che un altro futuro è possibile.

LE IDEE

 

Certo non è che negli ultimi anni le cose sembrassero andare meglio. È facile sgranare un rosario nero di report di centri di ricerca sullo stato dell’arte della società globale, europea, italiana, che almeno dall’inizio del millennio ci segnalano un ripiegamento delle possibilità della fiducia. Gli “ingloriosi trenta”, come li ha definiti Jacques Ranciére per contrapporli agli anni felici del dopoguerra, cominciano nel 1991 e sarebbero dovuti terminare da un pezzo, ma sembra invece che continuiamo a essere immersi in una coscienza infelice planetaria, che ha proprio le caratteristiche di un neocinismo.

Quelle che descriveva Peter Sloterdijk in un fortunato testo del 1983 ristampato e riaggiornato diverse volte – Critica della ragione cinica. Il cinico contemporaneo, a differenza di quello greco o di quello moderno, sa che il sistema è ingiusto, sa che molte ideologie sono menzogne, sa che il potere manipola, ma continua a agire come se nulla potesse cambiare. Perché si comporta così? In questo troverà sicuramente una qualche forma di piacere. Se Cristopher Lasch aveva previsto, più o meno negli stessi anni di Sloterdijk (1979, La cultura del narcisismo) un declino della ragione pubblica, è Colette Soler che nel 2011 a coniare il neologismo “narcinismo” per indicare un tratto sociale emergente, una crasi tra narcisismo e cinismo: anche qui, alla scomparsa delle grandi cause alle quali il XX secolo ha creduto, si è diventati incapaci – o convintamente contrari – nel trascendere l’individualità. Ecco la tendenza di ognuno nel trasformare in causa unicamente i propri interessi, e minare i legami sociali.

https://www.lastampa.it/